Pontecorvo - Il Carnevale di Pontecorvo: un'esplosione di arte e colori, un mondo fantastico questo dove la bellezza sta tutta in un puzzle enorme di persone diverse, un insieme di maschere, storie del presente e del passato che si fondono nella festa
Che buffo stare qui, chissà come ci sono arrivato, tanto inutile che guardo il mio orologio che segna sempre perennemente le 18:00, e di certo poi non so nemmeno quale direzione ho preso. Procedo a casaccio io, non ho alcun navigatore sopra uno smartphone e nemmeno qualcuno che mi possa mandare la posizione su whasapp. Lo so, me lo dicono in tanti, durante il mio continuo peregrinare causale, che è ora che mi adegui.
Siamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale, delle connessioni a grandi distanze, delle condivisioni perenni, in tempo reale e di tutta la vita compressa in uno autoscatto. Ma a me questa modernità non mi convince, io continuo a sorseggiare il mio the, sospeso in questo non-tempo che mi permette oggi di essere qui, senza l’ansia di far ritorno, a nessuna ora, in nessun posto.
Mi ci ha portato Alice, dice che durante un certo periodo dell’anno qui succedono cose strane, così bislacche e pertanto così meravigliose che non paiono vere e che fanno, queste sì, sorridere il cuore.
Così mi passo la mano sugli occhi diverse volte, me li stropiccio davanti a tutto questo fiume di colore che straripa fra le strade: tutti paiono come coriandoli sparati tutti insieme, da una grande macchina che sta in alto, e che riempie i tetti delle macchine e delle case, le strade e i portoni delle abitazioni: pare zucchero filato psichedelico, che ti penetra nello sguardo e sul quale scivoli sopra, fino a ritrovarti accanto, braccio a braccio, di grandi e piccini, nonni e nipoti, genitori e figli, in un vortice rumoroso di chiacchere, risate e musica, tanta musica.
Gli uscii qui sono tutti aperti, pare che si conoscono tutti: entrano, escono, si truccano affacciati alle finestre, si parlano da balcone a balcone, mentre nel forno in cucina si impasta di tutto: si crea, si cuoce e si mangia in compagnia, perché, come dice la Signora Maria, che mi ha appena fatto accomodare alla sua tavola imbandita di ogni leccornia, che manco nei castelli delle favole più importanti ricordo di aver visto, questa è la festa più lunga e allegra dell’anno e soltanto in compagnia ogni tristezza va via.
Così mi lascio convincere, senza nemmeno troppa insistenza, a sedermi a tavola, mentre dalla finestra vedo sfilare nastri volanti di racconti fantastici: ritrovo qui, in questo posto, che si alternano alla tavola, filosofi degli antichi tempi greci, con la loro testa alzata in su, immersa fra le nuvole che solcano il cielo con passo leggiadro e lento in questo precoce azzurro primaverile, insieme a Minnie e Paperone, sulle note di una canzone spagnola che scandisce il ritmo dei passi veloci e appassionati di una ballerina che svolazza con la sua gonna fanatica e biricchina, mentre un moschettiere si contende il suo bacio con un pirata e un Batman, un po' imbranato, scende rovinosamente sulla città, fino a impigliare un lembo del suo mantello nel pungiglione di un’ ape, che lo aiuta a liberarsi.
Un mondo fantastico questo, dove la bellezza è cucita tutta addosso a questo puzzle enorme di persone così diverse, ognuna venuta da un tempo differente, eppure ci si comprende a volo: ci si stringe la mano senza quasi mai sapere i propri nomi; si balla insieme, pure se ognuno segue la musica a suo modo; si guarda verso la stessa direzione, perfino, pure se si vedono cose diverse, perché ognuno ha il suo arcobaleno dentro da proteggere.
Da qui il mondo, quello vero, lo guardano eccome: ne conoscono le trappole e perciò decidono di fare una strategia comune: qui la bellezza è tutto caos governato dalla forza dell’ironia, quella dirompente che rompe gli argini delle maschere vere, che fa squagliare gli stereotipi sociali, che ci restituisce liberi, come solo siamo quando ci abbandoniamo alla follia, che è madre, autrice, creatrice e imperatrice di ogni principio di storia che ci porteremo con noi fino alla fine.
Qui ci si mescola, senza paura, alla vita che non governi: si salpa, perfino su una scialuppa appena improvvisata, verso l’ignoto, che è il mare più profondo da attraversare, quello in cui misuri ciò per il quale sei nato davvero: il tuo daimon; il tuo talento, il tuo bisogno, che è quasi sempre quello di correre verso ciò che ti fa sentire maledettamente vivo.
I mostri li dissacrano con il fuoco perennemente acceso dell’Arte e dell’ Artigianato: sono queste le muse che ispirano tutti questi carri senza ali che fanno stare le bocche spalancate, mentre nel cielo si stagliano imponenti, fino a tagliarlo con le loro teste roteanti, perfettamente orchestrate da meccanismi ignoti di precisione, raffinatezza, manualità e destrezza.
Ci sta Trumph, quello che mi dicono voglia la pace facendo la guerra perfino ai ghiacciai; che si sente così potente da governare il mondo, mica solo il suo Paese; dietro ci stanno Putin e Netanyahu, preda di deliri di onnipotenza che fanno agitare alle loro spalle la peggiore delle insidie che possano accadere agli uomini che stanno in alto: quella di sentirsi immortali, fino al punto da decidere le vite altrui.
Così Aladino mentre vede il carro sfilare, sfrega la sua lampada sulla scritta “Free Gaza”; tutti stanno lì muti per qualche secondo che sembra un’eternità: è il Paese delle meraviglie questo, è normale si credi nei miracoli. Ma ancora nessuna notizia giunge felice a dire che il miracolo della pace è compiuto: anche nel Paese delle Meraviglie qualcosa resta complicato, non è roba che si risolve come un click sulla tastiera, non è la prima pagina di un mondo più giusto che leggeremo domani mattina, o che riempirà gli hastag dei social, quelle prigioni abitate dai ruggiti dei leoni dei facili commenti, che si ingoiano tutto: rispetto, senso della misura ed umanità.
Così quel pc fra le mani, quella tastiera veloce del telefono diventano fendenti mortali: sarebbe bello, così dicono su quel carro che sta appena passando, tornare alle riserve degli indiani, al loro valore della parola data e alla non contaminazione con tutto quell’artificio che è il nuovo veleno del cuore degli uomini: il vero coraggio è offline ed è l’ultimo ronzio dell’ape operosa, che ancora fa l’artigiana con il suo alveare, ponendo il lavoro di squadra come sua priorità, dedicandoci dedizione ed organizzazione, che ci dispensa speranza e dolcezza.
La sua saggezza sarebbe in grado di spezzare l’incubo in cui il mondo reale sarebbe caduto: quello nero, scuro, ed imperscrutabile della violenza che trascina la bambina nel bosco, che corrompe la purezza del fanciullo e piega i sogni all’uso smodato e alla mitizzazione del denaro, come unico veicolo di riconoscimento di se stessi nel mondo.
Ma una musica suadente, che arriva direttamente dal sax di un giovane di colore vestito tutto impettito sul carro che sfila subito dopo, mi ricorda che “tempo al tempo”, come figurativamente dice il carro ancora successivo: è ora di tornare alla realtà, di svestire i panni tanto allegri e comodi del Cappellaio matto: così via la parrucca rosso lava di vulcano, e via quel trucco fosforescente sulle gote, torno la me che domani riprende a lavorare e che, d’un tratto, si commuove.
Perché si questo non sarà il Paese delle meraviglie, ma è il Paese degli architetti di sogni e fabbricanti di emozioni, che ogni anno scrivono una pagina di una storia che spero sia infinita; che interpretano le inquietudini che ci portiamo dentro una vita intera; che mettono in scena questo Simposio a cielo aperto dove mascherarsi significa , ognuno a suo modo, interrogarsi sulla vita e decidere , specie quando si è costretti a rimandare le risposte, infiocchettare la realtà, sopperire all’assenza di soluzioni con ricette di magia e di immaginazione: perché è desiderare, ancora e nonostante tutto, che ci fa scintillare quel talento, ognuno il suo, che sta lì sul fondo del cuore.
Questo Paese, con i suoi Maestri impareggiabili di pazienza e passione, ci fa uscire dalle sovrastrutture e selvaggi, così come siamo venuti al mondo, ci restituisce alla strada: sono quasi quarant’anni che osservo questo magma incandescente di fantasia e vitalità, di cuore, tanto, e sacrifici, che mi attraversa d’un tratto un ricordo: lì dove un gruppo di cheerleader agitano felici i loro pon pon, Salvatore Cherchi mi scattava le foto dei primi vestiti di Carnevale, era ogni minuto un “girati a destra, no, non così, di nuovo, ora a sinistra”; e pensare che io sbuffavo, mentre ora rivorrei tanto posare davanti al suo magico obiettivo. Grazie Carnevale di Pontecorvo, tu stai facendo la storia, che è anche un pezzo di vita: con gratitudine e orgoglio Free Gaza, free i sogni e i desideri che sanno ancora di favola e purezza.