Cronaca - Tra riti del mattino e il magico "celo-manca" del venerdì, il chiosco del quartiere resiste al digitale trasformandosi in un ponte tra generazioni. Grazie allo scambio della figurina, i ragazzini escono fuori dal monitor delle loro solitudine online e si ritrovano a dialogare attorno ad una passione comune. In un panorama segnato da serrande abbassate, i due giovani proprietari rilanciano la sfida: dimostrando che l’innovazione passa per la riscoperta della comunità
Qualche tempo fa, mentre ero a Roma in macchina e il semaforo lampeggiante di rosso mi costringeva all’arresto, notai prepotente, sul lato sinistro, uno striscione posto sugli estremi di un’edicola che recitava testualmente: “Chi vuole la fine delle edicole?”.
Rimasi a fissarlo forse più del tempo che richiede la lettura di uno striscione, perché quello che aveva suscitato nei meandri della mia mente era un misto fra presa di coscienza e nostalgia: l’edicola mi è sempre stata mostrata come l’appendice necessaria di un rito mattutino, quello del caffè al bar, delle chiacchiere fra amici e del giornale da commentare.
Lo vedo fare da anni con costanza e perseveranza invidiabili a mio padre, che consuma dalla prima all’ultima pagina del quotidiano; e lo vedo fare ai suoi coetanei, principalmente, mentre lo agitano fra le mani quando la notizia di prima pagina è abbastanza succulenta da suscitare una polemica immediata, o lo stringono sotto il braccio in segno di rassegnazione, nel malcelato tentativo di sgualcire quell’ammasso di carta che li ha impensieriti di prima mattina. Quando ero ragazzina, poi, il giornale comprato all’edicola era un moltiplicatore di conoscenza e cultura, con le sue promozioni e i suoi omaggi di riviste specialistiche, enciclopedie e trattati.
Sarà per questo che ho sempre pensato che mai nessun social o notizia online mi potrà informare più di quanto non lo siano gli instancabili e affezionati acquirenti del giornale: il commento primo della notizia appartiene a loro; a loro il primo confronto, diretto ed immediato, con l’edicolante o con il barista. L’edicola è questo, pensai dopo essermi destata dal divagare cui mi aveva consegnato lo striscione: è il ponte vero del quartiere, il perno dell’incontro civile dopo quello religioso della Chiesa; è la versione moderna del banditore dell’Antica Grecia che diffondeva per strada gli annunci più importanti; il legame fra la piazza e i tavoli del bar.
La storia dell’edicola, del resto, affonda negli anni della Seconda Guerra Mondiale ed è stata protagonista del territorio sin dal 1940. All’epoca “il sor Lello andava con la sua bicicletta a rifornirsi di giornali”; li vendeva a pochi passi dal Vaticano, nel cuore di Prati, in quel chiosco immortalato in alcuni fotogrammi de Il Sorpasso.
Pensai che nel mio quartiere, quello di San Giovanni a Cassino, c’erano proprio tutti i protagonisti primari del tessuto sociale, quelli che fanno comunità già soltanto a gettarci lo sguardo: Lello, con i suoi tavoli all’aperto dove ritrovi anziani e giovani insieme, la seconda casa di molti e soprattutto la compagnia di tanti che dentro le loro abitazioni sono soli; la Chiesa, con Don Giovanni che spalanca le sue porte alla speranza, promuovendo partecipazione e sostegno sociale; e poi l’edicola, quell’altro spazio sacro dove nasce la notizia, testimonianza viva dell’interesse della città alla sua vita e ai suoi sviluppi; portineria di quartiere, spesso, dove aggiungere nuovi dettagli alla cronaca locale.
La socialità (il bar), il religioso (la Chiesa) e la cultura (l’edicola): tre pilastri in grado di dialogare in armonia e di tenere insieme un intero quartiere, facendo sì che i suoi abitanti si conoscano e si riconoscano reciprocamente, diventando presenza rassicurante e punto di riferimento.
Per questo ho pensato che sarebbe stato un peccato se le edicole si fossero arrese all’arrivo del digitale. Avrei voluto che l’edicola del mio quartiere resistesse, ma non immaginavo che sarebbe stata così brava da trasformare il suo spazio di passaggio in un presidio territoriale di amicizia che appartiene a tutta la comunità. È un modo efficace di insegnamento: in un’epoca in cui si rincorrono convegni e retorica da palazzo, davanti all’edicola di Piazza San Giovanni, ogni venerdì, i ragazzini si scambiano i doppioni delle figurine. Imparano così i primi passi della negoziazione sociale: la trattativa, il saper chiedere con gentilezza, il cedere il proprio in cambio di ciò che offre l’altro, superando diffidenze e timidezze.
Grazie allo scambio della figurina, i ragazzini escono dal monitor delle loro solitudini online e si ritrovano a dialogare attorno a una passione comune. Ritornano a innamorarsi di quei piccoli rettangolini da appiccicare sull’album al grido di “celo, celo, manca!”. Si passa dall’euforia della figurina mancante alla tristezza dell’ennesimo doppione, fino alla speranza che l’amico accanto ci ceda la sua per completare la pagina.
Così, quando si passa davanti all’edicola al momento dello scambio, sembra di essere ripiombati nella magia di un’altra epoca: anche mamme e papà si conoscono, socializzano gli anziani che accompagnano i nipoti, si incontrano fratelli e sorelle maggiori. Si crea un vespaio di parole e risate che riempie l’aria di una primavera in anticipo. In più, giocando, i bambini imparano una bellissima virtù: quella del donare ciò che si ha in più anziché buttarlo, producendo anche meno rifiuti.
L’edicola di San Giovanni ha realizzato un moderno e ambizioso progetto di aggregazione, riuscendo a tenere insieme generazioni diverse: il rito dello scambio accomuna adulti e piccini, rivelando il bisogno eterno dell’uomo di avere qualcosa di poetico da vivere e raccontare. Dei videogames puoi stancarti facilmente, ma quel gesto di staccare la linguetta di una figurina, nel fruscio delle bustine che si aprono, resta un gesto senza tempo.
Negli ultimi anni la città ha registrato la chiusura di tante edicole, ma quella di San Giovanni va fortunatamente controcorrente. I due giovani proprietari, Luca e Fabiola, dicono con orgoglio: “Abbiamo diversi progetti legati all’aggregazione per migliorare il nostro territorio e aiutare le nuove generazioni che hanno bisogno di stimoli per relazionarsi e allontanarsi dai monitor che li trascinano lontano dalla realtà. Noi siamo qui, in piazza San Giovanni, con una nuova idea di edicola”.
Il mio quartiere è questo: una passione che si attacca, un caffè preso assieme, una bussata a Don Giovanni perché “Dio ci veda e provveda meglio”; è il sorriso di Rosanna mentre apre la serranda, il rasoio artistico di Marco che ti accoglie con la sua Vespa anni '50, la cura del farmacista Francesco e il garbo elegante di Flavio, Silvia e Giacinto.
Perché nessuno si senta solo e, a qualsiasi ora, tu possa scendere le scale e scansare ogni nuvola di cattivi pensieri: sei a casa in ogni angolo in cui tu decida di volgerti.