Cronaca - La donna di 31 anni di Pignataro Interamna è morta lo scorso mese di luglio dopo essere stata dimessa dall'ospedale 'Santa Scolastica' di Cassino, ora gli esiti della perizia fanno chiarezza. La battaglia legale si concentra anche sull'accusa di favoreggiamento. Ecco perché
Un esito drammatico e una verità sconcertante sono emersi dalla perizia medico-legale sul caso di Sofja Rossi, la giovane di 31 anni di Pignataro Interamna deceduta lo scorso luglio dopo essere stata dimessa dall’ospedale “Santa Scolastica” di Cassino. Il quadro accusatorio, ora nelle mani della Procura, è chiaro e pesantissimo: Sofja poteva essere salvata. La donna non è morta a causa di una banale cervicalgia, come superficialmente liquidato, ma per un infarto miocardico acuto causato da una grave occlusione coronarica.
La Procura della Repubblica di Cassino, che aveva inizialmente aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio colposo, ha ora iscritto tre medici nel registro degli indagati. Il consulente tecnico d'ufficio (CTU) nominato dalla Procura ha stabilito con certezza che i sintomi manifestati da Sofja – arrivata al Pronto Soccorso in ambulanza con dolori lancinanti al collo e alla spalla, vomito e pressione alta – avrebbero dovuto immediatamente allertare i sanitari. Il verdetto è senza appello: l'immediata somministrazione di una qualsiasi terapia anticoagulante e antiaggregante avrebbe scongiurato l'esito fatale.
Il CTU ha ritenuto "censurabile" il comportamento del personale medico, sottolineando come la complessità dei sintomi avrebbe imposto un accertamento diagnostico più approfondito e un tempestivo intervento di cura. Invece, Sofja è stata rimandata a casa con una diagnosi superficiale di torcicollo. Tra gli indagati ci sono i due sanitari che hanno gestito il caso al Pronto Soccorso e una terza dottoressa che visitò la giovane il giorno successivo alle dimissioni, poche ore prima che il suo cuore si fermasse.
La battaglia legale si concentra anche sull'accusa di favoreggiamento. Le sorelle della vittima hanno denunciato quest'ultima dottoressa per aver tentato di scagionare i colleghi. Secondo la denuncia, la sanitaria avrebbe dichiarato ai Carabinieri che Sofja le aveva confidato di essere stata sottoposta al protocollo per disturbi cardiaci e di aver persino firmato le dimissioni volontarie. Tuttavia, l'avvocato della famiglia, Nicola Montefiori, ha categoricamente smentito quest'ultima cruciale circostanza, affermando l'inesistenza del documento di dimissioni firmato.
L’assenza di tale firma aggrava ulteriormente il peso delle accuse sui sanitari. La famiglia, supportata da messaggi scritti e vocali, sostiene che Sofja era "preoccupatissima" e "piangeva" perché non le era stato fatto alcun accertamento, smentendo categoricamente di essere uscita contro il volere dei medici o di aver rifiutato protocolli. L'ASL di Frosinone, che a suo tempo aveva annunciato un audit interno, ha fatto sapere che i risultati di tale verifica restano riservati.
La famiglia Rossi lotta per la verità e la giustizia, ribadendo: "Se a Sofja fossero stati fatti i dovuti controlli, a quest'ora sarebbe ancora qui".