Opinioni - La festa, il noi e l’io: riflessioni di un interista fuori dal coro che, nel giorno del trionfo, scopre la distanza tra l'emozione presa in prestito e la fatica di costruire le proprie vittorie personali. "Il calcio funziona esattamente così: ti include. Ti offre una parola semplice e potente, 'abbiamo vinto'. Eppure, guardando quelle immagini, una domanda mi è rimasta addosso: che cosa ho vinto, esattamente?"
Ieri sera guardavo le immagini delle esultanze. Giocatori che si abbracciano. Tifosi che piangono. Una città che si riconosce in un risultato. E io, da interista, mi sono scoperto altrove. Non contrario. Non infastidito. Semplicemente… non dentro.
È una sensazione strana. Perché il calcio — quello dell’Inter come di qualsiasi altra squadra — funziona esattamente così: ti include. Ti offre una parola semplice e potente, “abbiamo vinto”, che cancella per un attimo tutto il resto. Non importa chi sei, cosa fai, come vivi. In quel momento, sei parte di qualcosa che trionfa. Eppure, guardando quelle immagini, una domanda mi è rimasta addosso: che cosa ho vinto, esattamente? Non è una provocazione. È uno scarto.
Perché c’è un punto, forse legato al tempo più che all’età, in cui quell’identificazione smette di bastare. Non perché sia sbagliata, ma perché non è più sufficiente. Ti accorgi che stai vivendo una vittoria per delega. Che l’emozione è vera, ma non nasce da te. È presa in prestito.
E allora succede qualcosa di sottile: non rifiuti la festa, ma non riesci più a usarla per definirti. Il problema non è il calcio. Il problema è quando il calcio diventa misura. Quando il “noi abbiamo vinto” sostituisce il “io che cosa sto costruendo?”. Quando l’appartenenza prende il posto dell’esperienza. Quando l’avere (uno scudetto, un simbolo, un’identità condivisa) si traveste da essere.
Viviamo in un tempo in cui le emozioni collettive sono sempre più immediate, pronte, condivisibili. Funzionano. Tengono insieme. Riempiono. Ma proprio per questo rischiano di diventare scorciatoie. Ti danno la sensazione della vittoria senza chiederti il percorso.
E qui nasce la distanza. Non è freddezza. È una forma di selezione. È il rifiuto — magari inconsapevole — di confondere il gioco con la vita. Perché vincere davvero è un’altra cosa. Non ha cori. Non ha calendari. Non ha trofei da alzare al cielo. Ha fatica. Ha solitudine. Ha scelte che non fanno notizia. E soprattutto non si può delegare.
Per questo, forse, la domanda giusta non è se sia giusto esultare. Ognuno esulta come vuole, e fa bene. La domanda è un’altra, più scomoda e più vera: da dove arrivano le nostre vittorie? Perché se arrivano sempre da fuori, prima o poi smettono di bastare.
E quando succede, non è il tifo che si spegne. È il bisogno di essere — finalmente — protagonisti della propria vita.
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