Cronaca - Le indagini svelano i retroscena di un appalto milionario che ha trasformato il polmone verde di Cassino in una discarica di scarti edili. Dalle prime analisi del 2025 fino ai clamorosi sviluppi di oggi: la ricostruzione dettagliata di un'inchiesta che sta scuotendo la città
Il fulcro dell'inchiesta giudiziaria che ha portato al sequestro della villa comunale di Cassino, ruota attorno a quello che può essere definito a tutti gli effetti il "bluff della finta bonifica".
Bisogna fare un passo indietro di 15 mesi e andare nel marzo del 2025, quando i primi nodi sono venuti al pettine a seguito delle analisi chimiche commissionate autonomamente dal Comune di Cassino e la Direzione Lavori aveva imposto un drastico stop, ordinando l'immediata rimozione del materiale fuori norma.
Dinanzi a contestazioni così severe, le ditte coinvolte avevano cercato di correre ai ripari nel maggio successivo, siglando una scrittura privata di transazione con la quale si impegnavano formalmente a rimuovere tutto il carico inquinato a proprie spese, promettendo di sostituirlo con della terra pulita e idonea.
Sulla carta l'emergenza sembrava rientrata, ma l'incrocio dei dati e i successivi accertamenti volumetrici hanno scoperchiato una realtà ben diversa e decisamente allarmante.
Gli investigatori, con informative aggiornate fino alla primavera del 2026, hanno effettuato un preciso calcolo matematico tra i volumi di materiale originariamente sversati e quelli effettivamente portati via dal cantiere. Il risultato di questa operazione è stato spiazzante: ben 3.200 metri cubi del primo carico tossico, composto da detriti e scarti da demolizione edile, non sono mai stati rimossi e si trovano tuttora sepolti nel sottosuolo della Villa Comunale.
La bonifica sbandierata si è rivelata appunto, un bluff, un'operazione di facciata che ha lasciato la maggior parte dei veleni esattamente lì dove erano stati scaricati.
A rendere il quadro ancor più paradossale vi è poi la gestione del materiale portato in un secondo momento per rimpiazzare la terra rimossa. Le ditte hanno effettivamente introdotto nel parco altri 1.598 metri cubi di terra, ma anche questa seconda fornitura è finita dritta sotto la lente d'ingrandimento della Procura.
Emerge quindi chiaramente la matrice dolosa e il movente economico di quella che viene apertamente etichettata come una manovra truffaldina ai danni della pubblica amministrazione, ovvero al Comune di Cassino che aveva commissionato i lavori. L'appalto originario per il restyling della Villa Comunale prevedeva l'impiego del più pregiato terreno coltivo, una materia prima dal costo economico significativo e finalizzata a garantire la sicurezza e la fioritura del giardino pubblico.
Al suo posto, le ditte appaltatrici hanno fatto confluire nel cantiere i residui meccanici provenienti da un impianto di trattamento rifiuti. Il dettaglio più clamoroso scoperto dagli investigatori riguarda le modalità di acquisizione di questi scarti edili: la società che gestiva l'impianto di provenienza ha ceduto alle ditte i 5.659 metri cubi di materiale della prima fase a titolo completamente gratuito, eseguendo quasi trecento viaggi di camion a costo zero.
Si è trattato di un accordo d'interessi perfetto quanto illecito, in cui la società produttrice dei rifiuti è riuscita a disfarsene istantaneamente senza dover sostenere gli onerosi costi delle regolari e complesse operazioni di smaltimento in discarica, mentre il consorzio e le ditte incaricate dei lavori nella Villa hanno azzerato le spese per l'acquisto della terra.
Nonostante nel sottosuolo giacessero ancora migliaia di metri cubi di rifiuti non rimossi e la nuova terra fosse priva di idoneità burocratica, nel settembre del 2025 i tecnici della ditta appaltatrice, insieme alla Direzione Lavori e al Responsabile Unico del Procedimento, hanno redatto e sottoscritto il verbale di riconsegna delle opere al Comune di Cassino, attestando formalmente che tutte le condizioni erano state verificate e che i lavori erano stati ultimati a regola d'arte.
Nelle carte dell'ordinanza si evidenzia un frettoloso esame della documentazione fornita dalla ditta appaltatrice: a causa di questa catena di omissioni e azioni illecite che si è arrivati alla situazione attuale e sono dunque scattati i sigilli.
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