"Le parole del Patriarca meritano particolare attenzione perché non sono quelle di un osservatore esterno"

Opinioni - "Quella lettura mi ha riportato alla mente un piccolo libro di Simone Weil, Dichiarazione degli obblighi verso l'essere umano, letto recentemente"

"Le parole del Patriarca meritano particolare attenzione perché non sono quelle di un osservatore esterno"
di Dario Nicosia - Pubblicato: 15-07-2026 10:31 - Tempo di lettura 2 minuti

Ho letto con interesse il servizio di Francesca Messina pubblicato su Leggo Cassino dedicato alla visita del Patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, all'Abbazia di Montecassino.

Le parole del Patriarca meritano particolare attenzione perché non sono quelle di un osservatore esterno. Provengono da chi vive quotidianamente la realtà della Terra Santa e conosce direttamente le sofferenze provocate dalla guerra. La sua è, prima di tutto, una testimonianza.

Quella lettura mi ha riportato alla mente un piccolo libro di Simone Weil, Dichiarazione degli obblighi verso l'essere umano, letto recentemente. Sono appena 66 pagine. Mi hanno colpito perché vi ho ritrovato, formulate con una profondità che non avrei saputo esprimere, riflessioni che da tempo accompagnano il mio modo di guardare la persona e la convivenza civile.

Da qui è nata una domanda. La nostra attenzione verso le tragedie del mondo dipende esclusivamente dalla loro gravità oppure risente anche della visibilità che alcune di esse ricevono? È per questo che, leggendo le cronache di Gaza, il mio pensiero è andato inevitabilmente anche altrove: ai dimenticati. Secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), il Sudan rappresenta oggi la più grave crisi di sfollamento del mondo e una delle maggiori emergenze umanitarie in corso. Lo stesso UNHCR ricorda che il Venezuela è all'origine di uno dei più grandi esodi migratori della storia contemporanea.

Secondo Vatican News, richiamando il rapporto annuale di Open Doors, centinaia di milioni di cristiani vivono in Paesi nei quali subiscono persecuzioni o gravi discriminazioni a causa della loro fede. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite continua inoltre a richiamare la necessità che il Libano possa esercitare pienamente la propria sovranità sull'intero territorio nazionale, in una situazione ancora segnata dalla presenza di gruppi armati non statali.

Il mio pensiero va anche al popolo ebraico, che continua a convivere con le ferite lasciate dal massacro del 7 ottobre, così come alla popolazione civile palestinese, che continua a pagare un prezzo umano altissimo per una guerra che sembra non avere fine.

Non richiamo queste situazioni per stabilire quale sia la più grave. Sarebbe un errore. Mi interessa piuttosto comprendere quale criterio utilizziamo, spesso inconsapevolmente, quando guardiamo il dolore degli altri. La riflessione di Simone Weil mi ha suggerito una possibile risposta. Se il punto di partenza non sono i diritti che ciascuno rivendica, ma gli obblighi che ciascuno ha verso ogni essere umano, cambia inevitabilmente anche il modo di osservare la realtà.

Non scompaiono le differenze tra i popoli, le religioni, le culture e le nazioni. Sarebbe assurdo negarle. Esse continuano a esistere e costituiscono la storia dell'umanità. Cambiano, però, le priorità: prima viene la persona, poi vengono tutte le appartenenze. Non mi sembra estranea a questa impostazione neppure la nostra Costituzione.

L'articolo 2 riconosce i diritti inviolabili dell'uomo, ma richiama anche l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Diritti e doveri non sono posti in contrapposizione; convivono nello stesso articolo, quasi a ricordare che gli uni non possono essere pienamente garantiti senza gli altri. Forse è questa la riflessione che la visita del cardinale Pizzaballa a Montecassino ha suscitato in me. Non quale tragedia meriti maggiormente la nostra attenzione, ma quale criterio debba guidare il nostro sguardo.

Continuo a pensare che le appartenenze abbiano un valore, ma che nessuna di esse possa oscurare ciò che viene prima. “La persona”. Per questo concludo con una convinzione che sento profondamente mia. La persona non è importante perché appartiene a un popolo; è il popolo che è importante perché è composto da persone.

 





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