Opinioni - Il conduttore, Lavitola e il metodo Report. Dario Nicosia parte dal rapporto tra i due per interrogarsi sui confini tra giornalismo d’inchiesta, allusione e responsabilità
La notte del 16 ottobre 2025, quando un ordigno esplose davanti alla sua abitazione, Sigfrido Ranucci apparve agli italiani per ciò che indiscutibilmente era: la vittima di un attentato. Attorno a lui si strinsero il mondo dell’informazione, la politica, le istituzioni e quanti vedevano in quella bomba un’intimidazione contro il giornalismo d’inchiesta.
Poi, molti mesi dopo, la storia ha preso una piega inattesa, quasi grottesca. Il presunto mandante non sarebbe stato uno dei tanti poteri indagati da Report, ma Valter Lavitola: una fonte, un frequentatore abituale, un uomo che lo stesso Ranucci aveva definito anche «amico vero».
È da quel momento che la domanda cambia. Non riguarda la responsabilità di Ranucci nell’attentato, della quale non esiste alcuna evidenza, ma la credibilità dell’uomo che per anni ha chiesto agli altri di spiegare rapporti, frequentazioni, reticenze e zone d’ombra. Perché quando quelle stesse domande hanno cominciato a riguardare lui, le risposte sono apparse progressive, contraddittorie, talvolta elusive. E il giornalista abituato a interrogare il potere si è trovato, forse per la prima volta, nella posizione più scomoda: quella di dover rispondere.
Per anni lo abbiamo visto nello studio semibuio di Report, mentre il racconto avanzava tra documenti, telefonate, testimonianze anonime, porte chiuse e domande lasciate sospese. Una frequentazione poteva diventare un indizio. Una reticenza, il segnale di qualcosa che non si voleva rivelare. Un rapporto personale, la chiave per comprendere interessi più grandi. Non serviva sempre una prova conclusiva: bastava mostrare i fili e lasciare allo spettatore il compito di annodarli.
Poi, improvvisamente, dall’altra parte della scrivania si è seduto lui. E quei fili conducevano a Valter Lavitola. Ranucci ha spiegato che era una fonte. Poi una persona alla quale si era avvicinato anche per una delicata vicenda familiare. Poi un frequentatore abituale, un compagno di cene, un «amico vero». È emerso infine un progetto politico coltivato da Lavitola intorno alla sua figura, con tanto di sondaggio sulla possibilità di una candidatura e il sogno, attribuito all’amico, di accompagnarlo verso un futuro politico.
Una fonte può certamente diventare amica. Un’amicizia non costituisce un reato. E un giornalista d’inchiesta non può scegliere i propri interlocutori sulla base della loro rispettabilità. Il problema non è avere cenato con Lavitola. Il problema è avere chiesto per anni agli altri di spiegare ogni relazione e poi non essere riuscito a spiegare con la stessa nettezza la propria.
Dove terminava la fonte e cominciava l’amico? Quanto sapeva Ranucci del progetto politico costruito intorno a lui? Che cosa rappresentava Lavitola nella sua rete di rapporti? E perché la natura di quella relazione è emersa per gradi, quasi che ogni nuova circostanza imponesse una spiegazione ulteriore?
Sono domande, non accuse. Ranucci resta la vittima dell’attentato e non esiste alcuna prova di una sua partecipazione o conoscenza del progetto. Questo limite deve essere netto, invalicabile. Ma lo stesso garantismo che gli è dovuto non può trasformarsi in immunità da qualsiasi interrogativo. L’innocenza penale e la credibilità pubblica non sono la stessa cosa. La prima si giudica nei tribunali; la seconda vive nella coerenza tra ciò che si pretende dagli altri e ciò che si è disposti a pretendere da se stessi.
È qui che la vicenda personale di Ranucci entra nello studio di Report e si siede accanto a lui. Maria Falcone, commentando il messaggio nel quale il giornalista ha evocato Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ha usato poche parole: «dice e non dice». Difficile trovarne di più precise. Dice e non dice.
È una formula che descrive quel messaggio, ma sembra anche restituire qualcosa del metodo attraverso il quale alcune inchieste televisive costruiscono il sospetto: si mostrano fatti, frequentazioni, telefonate e coincidenze; si avvicinano immagini e parole; si formula una domanda; poi ci si ferma un istante prima della conclusione. Non la si pronuncia. La si lascia pronunciare allo spettatore.
Ma il punto interrogativo non può diventare il luogo nel quale nascondere un punto esclamativo che non si è in grado di dimostrare. Nel novembre del 1974 Pier Paolo Pasolini scrisse sul *Corriere della Sera* due monosillabi destinati a rimanere nella storia civile italiana: «Io so». Diceva di conoscere i responsabili delle stragi e della strategia della tensione. Subito dopo ammetteva di non avere le prove.
Pasolini non si nascondeva dietro una domanda. Non affidava al lettore l’onere dell’accusa. Esponeva se stesso. Rivendicava il diritto dell’intellettuale di unire i frammenti, leggere i silenzi del potere e riconoscere un disegno non ancora dimostrabile in giudizio. Ma dichiarava il limite del proprio sapere e si assumeva per intero la responsabilità delle proprie parole.«Io so, ma non ho le prove» è una confessione di responsabilità. «Io domando, dunque non accuso» può invece diventare una via di fuga.
Il giornalismo d’inchiesta non è un tribunale, ma non per questo può ignorare la differenza tra un fatto, un indizio e un’allusione. Non tutte le sue denunce devono concludersi con una condanna. Esistono comportamenti politicamente inopportuni, moralmente discutibili o amministrativamente scorretti che non costituiscono reato. Ma una domanda rimane: quante immagini di colpevolezza costruite in prima serata hanno trovato conferma quando i fatti sono arrivati davanti a un giudice? E quanto spazio è stato concesso, anni dopo, alle archiviazioni e alle assoluzioni?
L’accusa entra nelle case di milioni di italiani. L’assoluzione arriva quando le telecamere sono già altrove. Il volto resta associato al sospetto. Il dubbio diventa memoria. La reputazione viene consumata in un’ora di televisione e nessuna sentenza, letta distrattamente anni dopo, riesce davvero a restituirla.
Oggi Ranucci sperimenta sulla propria persona la forza di quel meccanismo. Anche contro di lui si accostano telefonate, amicizie, cene, sondaggi e intenzioni attribuite ad altri. Anche intorno a lui crescono domande che possono trasformarsi in condanne anticipate. Sarebbe ingiusto applicargli lo stesso metodo nei suoi aspetti peggiori. Ma sarebbe altrettanto ingiusto impedirci di osservare la contraddizione.
Quando le domande riguardavano gli altri, chiedere spiegazioni era giornalismo. Quando hanno cominciato a riguardare lui, sono diventate un attacco alla libertà d’informazione.
È questo passaggio che incrina la credibilità.
Non il rapporto con una fonte controversa. Non una cena. Non un’amicizia della quale nessuno può conoscere fino in fondo la natura. La credibilità si incrina quando le spiegazioni cambiano forma; quando la trasparenza richiesta agli altri viene sostituita dalla difesa della propria funzione; quando ogni interrogativo viene respinto come parte di un disegno contro Report.
È possibile che qualcuno voglia utilizzare questa vicenda per colpire una trasmissione scomoda. Sarebbe ingenuo escluderlo. Ma la strumentalizzazione politica di una domanda non rende falsa la domanda. Un avversario può avere un secondo fine e porre, nello stesso tempo, una questione fondata.
Poi Ranucci ha scelto di alzare il racconto. Non più Lavitola, le telefonate, le cene, il sondaggio. Nel messaggio intitolato La voce che spaventa sono comparsi Moro, Piersanti Mattarella, Falcone e Borsellino: gli uomini che l’Italia avrebbe ucciso per un «eccesso di chiarezza».
Il suo legale ha precisato che Ranucci non intendeva paragonarsi a loro. Ma perché evocare proprio quei nomi, proprio in quel momento? Che cosa avrebbe dovuto comprendere il lettore? Ancora una volta: dice e non dice.
Quei nomi non sono figure retoriche. Appartengono alla parte più dolorosa della storia repubblicana. Moro nel bagagliaio di una Renault rossa. Piersanti Mattarella tra le braccia del fratello. Falcone davanti al cratere di Capaci. Borsellino in via D’Amelio. Uomini dello Stato assassinati per ciò che avevano scelto di fare, non simboli da convocare quando una spiegazione diventa difficile. Ranucci aveva ogni diritto di difendersi. Non aveva bisogno di collocarsi, neppure attraverso un’allusione, lungo quella linea di sangue.
La reazione di Maria Falcone ha rotto qualcosa perché non proveniva dal governo, dalla destra o da uno dei soggetti indagati da *Report*. Proveniva da chi porta il peso autentico di uno di quei nomi. E con la semplicità di un’insegnante ha ricordato una regola che dovrebbe valere soprattutto per un giornalista: quando si parla, chi ascolta deve poter capire.
Anche Luigi Zanda, già capogruppo del Partito democratico al Senato, ha ritenuto auspicabile un passo indietro di Ranucci nell’interesse del giornalista, della redazione e della Rai. È il segno che la questione non può più essere rinchiusa nel consueto recinto dello scontro tra destra e sinistra. Non si tratta di scegliere se stare con Ranucci o contro Ranucci. Si tratta di capire se egli possieda ancora l’autorevolezza necessaria per continuare a chiedere agli altri ciò che non è riuscito a offrire su se stesso.
Report ha realizzato inchieste importanti. Nessuna vicenda personale può cancellare il lavoro di un’intera redazione. Ma Ranucci ha finito per identificarsi così profondamente con la trasmissione che la crisi della sua credibilità non può arrestarsi davanti alla porta dello studio televisivo.
Quando un programma diventa l’estensione morale del proprio conduttore, la sua forza e la sua fragilità finiscono per coincidere. Se il giornalista si presenta come il custode della trasparenza pubblica, ogni sua reticenza pesa il doppio. Se costruisce la propria autorevolezza chiedendo risposte, non può difenderla sottraendosi alle domande.
Non spetta a noi stabilire responsabilità penali. Ranucci può essere totalmente estraneo all’attentato e, nello stesso tempo, avere compromesso la propria credibilità per il modo nel quale ha raccontato il rapporto con Lavitola. Non esiste alcuna contraddizione tra queste due affermazioni.
La notte del 16 ottobre Ranucci aveva diritto alla solidarietà di tutti. Oggi ha diritto a non essere accusato di ciò che non è stato provato. Ma non ha il diritto di trasformare ogni domanda in un attentato e ogni richiesta di chiarezza in un attacco alla libertà di stampa.
Per anni ha acceso la luce nelle stanze degli altri. Adesso quella luce è rivolta verso di lui. E nella vita di un giornalista può arrivare un momento in cui non basta più sapere porre le domande: “Bisogna avere il coraggio di rispondere”.
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