Opinioni - L’analisi di Giovanni Carrino dopo il raid: "Essere economicamente e socialmente integrati non rende immuni da comportamenti devianti, così come provenire da contesti meno agiati non significa esservi destinati. È preoccupante la richiesta di pene esemplari da parte degli adulti sui social, quando si parla di minori"
di Giovanni Carrino*
Sui fatti del Majorana si è scritto molto e, soprattutto, si è spiegato troppo in fretta. Parole e definizioni prese in prestito dal lessico delle scienze sociali e umane sono finite dentro ricostruzioni in cui si parte spesso dalla conclusione che si vuole raggiungere e si cercano poi nei fatti gli elementi utili a confermarla.
Il primo errore concettuale riguarda la cosiddetta “Cassino bene”. Il fatto che alcuni adolescenti provenienti da famiglie economicamente e socialmente integrate possano compiere un atto grave non dimostra l’irrilevanza delle condizioni sociali, ma significa soltanto che nessuna appartenenza sociale rende immuni dalla devianza. Al contempo, un singolo episodio non può certo smentire decenni di studi sulle relazioni tra status socioeconomico, contesto familiare, reti sociali e, più in generale, l’intero ecosistema sociale e relazionale.
Il secondo equivoco è confondere il benessere economico con la “buona famiglia”. Uno status sociale elevato dice poco o nulla su come quella famiglia funzioni davvero. La formula giornalistica “Cassino bene” porta con sé, anche involontariamente, un evidente pregiudizio di classe. Se stupisce che un comportamento simile si verifichi lì, significa che implicitamente lo si considera più normale altrove, nei contesti sociali meno agiati. Eppure il disagio non può diventare una spiegazione universale e, soprattutto, non sappiamo nemmeno se in questo caso ci fosse. E lo dico da uno che il conflitto di classe lo ha sempre chiamato con il suo nome. Sanguineti diceva che «bisogna restaurare l’odio di classe», e non è certo questo a scandalizzarmi. Ma una cosa è il conflitto di classe, con i suoi rapporti di forza, le diseguaglianze e gli interessi contrapposti; altra cosa è giudicare le persone sulla base del ceto a cui appartengono.
Un comportamento adolescenziale deviante può nascere dalle dinamiche più disparate, tra cui la ricerca del rischio, che nell’adolescenza può avere un peso nella costruzione dell’identità e dell’autonomia. Del resto, come ha mostrato Terrie Moffitt, non ogni condotta antisociale adolescenziale apre necessariamente una traiettoria deviante persistente. Un altro errore è pensare di poter eliminare il rischio dall’esperienza adolescenziale. Uno dei compiti degli adulti dovrebbe essere, al contrario, insegnare ai ragazzi a comprenderlo e a misurarsi con esso, senza trasformarlo in autodistruzione o danno per gli altri. Anche le parole andrebbero usate con precisione: devianza, reato, violenza e disagio indicano cose diverse e non possono essere trattati come sinonimi.
Intanto sui social si è aperto un altro fronte: la presunta immunità derivante dallo status e, insieme, la richiesta di pene esemplari. Questo ci dice molto sulle capacità educative della società adulta, nulla sugli adolescenti. Da queste invettive emerge che il pregiudizio di classe resta intatto, ma viene soltanto rovesciato. Se la povertà viene associata alla devianza in quanto tale, la ricchezza viene associata all’impunità perché considerata fonte di privilegio. In entrambi i casi si parte dalla posizione sociale per costruire una conclusione. Sia chiaro: le diseguaglianze economiche, culturali e relazionali incidono anche sul rapporto con le istituzioni, ed è un tema serio. Troppo serio per essere banalizzato fino a trasformarlo nell’ennesimo determinismo.
Ancora più preoccupante è la richiesta di pene esemplari da parte degli adulti sui social, quando si parla di minori. Il panpenalismo in età adolescenziale può infatti produrre effetti opposti a quelli dichiarati. Oltre a interrompere percorsi scolastici e relazionali, può rafforzare lo stigma, aumentare il rischio di esclusione e contribuire a trasformare un comportamento deviante episodico in un’identità deviante più stabile. È esattamente il nodo dell’etichettamento: la reazione sociale può contribuire al passaggio dalla devianza primaria alla devianza secondaria, fino al punto in cui il comportamento smette di essere letto come un singolo episodio e finisce per definire socialmente la persona. Ancora meno convincente è la trasformazione delle famiglie in bersaglio, che sposta l’attenzione verso una responsabilità per appartenenza che ha poco a che vedere con quella personale. Se la provenienza sociale non dovrebbe concedere sconti, per converso non dovrebbe nemmeno diventare un’aggravante morale.
In questo quadro, la scelta del dirigente del Majorana merita invece un plauso per aver dato spazio alla responsabilizzazione dei ragazzi, a un percorso educativo e, cosa ancora più importante, per aver distinto ciò che hanno fatto da ciò che essi sono.
Nel frattempo sui social si continua ad alimentare una vicenda che è già stata raccontata e che rischia di trasformare un fatto di cronaca isolato in qualcosa che deve necessariamente produrre ogni giorno un nuovo titolo. Tutto ciò non aggiunge altro all’accaduto e rischia soltanto di lasciare addosso a questi ragazzi un’etichetta che potrebbe accompagnarli molto più a lungo del fatto stesso. Cohen definiva questo meccanismo “amplificazione della devianza”: la reazione sociale e mediatica che può finire per ingigantire e prolungare il fenomeno. Ma soprattutto ci dice sempre di più sugli adulti che pretendono di educare gli adolescenti. Sarebbe ora di finirla.
*Docente di Filosofia, Scienze Umane e Sociali nella scuola secondaria di secondo grado