Opinioni - Secondo Carrino i numeri impongono di distinguere tra emergenza e fenomeni circoscritti: sullo sfondo anche la competizione tra le diverse anime del centrodestra
di Giovanni Carrino*
Prima di discutere se il tetto del 30% agli studenti stranieri per classe sia una misura utile, inutile o mera propaganda, bisognerebbe capire quale fenomeno si pretende di governare, o meglio si dovrebbe.
Secondo l’ISTAT gli studenti stranieri nelle scuole italiane rappresentano l’11,6%, mentre soltanto il 7,6% delle classi statali supera la soglia del 30%. La distribuzione geografica è altrettanto indicativa: 16,9% al Nord, 12,8% al Centro, circa 4% al Sud e nelle Isole. Anche le classi sopra il 30% seguono la stessa geografia: dal 16,8% in Lombardia, 15,6% in Emilia-Romagna, all’appena 0,6% in altre regioni.
Più che un’emergenza nazionale, questi numeri raccontano indirettamente un’altra vecchia storia italiana: quella di un Paese ancora spaccato in due. Un divario che contribuisce a spiegare perché le famiglie immigrate finiscano per stabilirsi soprattutto dove trovano lavoro e possibilità di costruire una vita. C’è, altresì, un dato che rende ancora più scivolosa la parola straniero. Il 65,4% degli studenti stranieri è nato in Italia.
Parliamo di ragazze e ragazzi che parlano italiano, frequentano scuole italiane, gli stessi luoghi dei loro coetanei e tuttavia, per lo Stato, continuano a essere stranieri. Per quanto tempo ancora? Siamo sicuri che il problema da governare riguardi la composizione delle classi e non, piuttosto, la cittadinanza in un’Italia che resta ancorata prevalentemente allo ius sanguinis e che continua a produrre una disparità sempre più difficile da giustificare?
Altra questione è quella linguistica. E qui sorgono altre domande: chi decide se uno studente conosce abbastanza l’italiano? La scuola? Un docente specializzato? Il CPIA? Attraverso quale prova? A2, B1, quale livello? Quando verrà fatta questa valutazione? Da questa valutazione dipenderà poi la scuola o la classe alla quale potrà accedere? Non lo sappiamo.
Burqa e niqab. Qui il problema esiste. Il volto coperto investe tante dimensioni della vita umana e sociale e obbliga a un corretto bilanciamento tra i doveri dello Stato di garantire sicurezza e ordine pubblico e le libertà fondamentali previste dalla Costituzione. Non esiste, però, alcun censimento ufficiale sulle studentesse che indossano il velo integrale. Le stime circolate parlano di poche centinaia di casi in tutta Italia, forse 500 o 600. Una proiezione, peraltro, non un dato ministeriale. Numeri del genere difficilmente autorizzano a rappresentare il fenomeno come un’emergenza nazionale.
Ammettiamo, tuttavia, che a prevalere sia l’interesse dello Stato a garantire sicurezza e ordine pubblico e che tale divieto venga introdotto per legge. Cosa accadrà alle studentesse le cui famiglie rifiuteranno l’obbligo di scoprire il volto? Se la risposta concreta dovesse essere sottrarle alla scuola, nel nome dell’integrazione, avremmo allontanato proprio dal principale luogo di integrazione chi diciamo di voler integrare.
Non è forse nella scuola che una ragazza può incontrare mondi diversi dal proprio, confrontarsi con altri modelli di vita, conoscere i propri diritti, costruire relazioni e acquisire autonomia? In alcune tradizioni dell’islamismo radicale, il purdah - letteralmente tenda o cortina - richiama una condizione di esclusione della donna dalla vita pubblica. Se una norma pensata per emancipare una ragazza finisse per spingerla fuori dalla scuola e di nuovo dentro casa, non ci troveremmo davanti al paradosso che, per contrastare quella forma di segregazione, se ne produrrebbero delle altre?
Resta, invece, una domanda politica. Perché tetto agli stranieri e divieto di burqa e niqab arrivano nello stesso momento e con questa forza nell’agenda pubblica? La risposta sta in Futuro Nazionale, che le ultime rilevazioni collocano attorno all’8% e ha raggiunto dimensioni tali da non poter essere trattato come una presenza marginale nel panorama politico. La scienza politica, inoltre, ci offre strumenti sufficienti per leggere quello che sta accadendo nel centrodestra.
Su Fratelli d’Italia agiscono almeno due dinamiche piuttosto note negli studi politologici. La prima è il blackmail potential -«potenziale di ricatto» - di Giovanni Sartori, secondo il quale un partito non deve necessariamente stare al governo per diventare rilevante, ma basta la sua presenza nello spazio politico perché gli altri modifichino le proprie strategie.
La seconda è l’accommodative strategy - «strategia di accomodamento» - descritta da Bonnie Meguid. Quando un partito di nicchia cresce su determinati temi, il partito maggiore può reagire appropriandosi di parte di quell’agenda, aumentandone la salienza e riducendo la distanza dal concorrente. Immigrazione e questioni identitarie erano già presenti nel patrimonio politico e programmatico del partito di Giorgia Meloni, ma la presenza di un concorrente più radicale, sul proprio fianco, rende più costoso lasciargli campo libero e può spingere a riportare con maggiore forza quegli stessi temi al centro dell’agenda.
Sulla Lega accade qualcosa di ancora più interessante. Salvini aveva trasformato progressivamente un partito nato sulla questione settentrionale in una forza nazionale e sovranista. Vannacci si incunea esattamente lì, nello spazio conquistato dalla Lega salviniana.
Con la crescita di Futuro Nazionale, dentro il Carroccio riemerge la vecchia questione settentrionale, con il suo portato autonomista e, in alcuni settori, indipendentista. In termini politologici si può leggere come la riattivazione di una frattura rimasta a lungo in secondo piano. Quella che Lipset e Rokkan definirono centre-periphery cleavage - frattura centro-periferia. Esattamente il terreno sul quale la Lega era nata e ora sembra costretta nuovamente a misurarsi.
Siamo sicuri che questi interventi normativi servano davvero a risolvere problemi degli italiani e non, almeno in parte, a sistemare quelli interni al centrodestra?
*Docente di Filosofia, Scienze Umane e Sociali nella scuola secondaria di secondo grado
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