Il tetto agli studenti stranieri e la legge che ancora non c’è: viaggio da Amatrice a Cassino

Opinioni - Dalle parole della Meloni e di Mattarella passando per la storia di un provvedimento, fino alla realtà cassinate: l'iter di una legge che, seppur ancora inesistente, divide già l'opinione pubblica, con l'invito ad attendere per aprire il ring delle polemiche e degli scontri tra ideali

Il tetto agli studenti stranieri e la legge che ancora non c’è: viaggio da Amatrice a Cassino
di Dario Nicosia - Pubblicato: 23-09-2026 10:37 - Tempo di lettura 4 minuti

Sono soltanto un argonauta della politica. Non possiedo mappe infallibili né verità da impartire. Quando incontro una questione che non conosco abbastanza, provo a navigare nella rete, cercando documenti e ascoltando chi, presumibilmente, ne sa più di me.

Questa volta il viaggio è cominciato da una discussione con una mia amica che ha trascorso una vita nella scuola. Giorgia Meloni aveva appena annunciato un limite al numero degli studenti stranieri nelle classi e noi avevamo già cominciato a sostenere, ciascuno, le proprie ragioni.

A un certo punto ci siamo accorti che rischiavamo di discutere di una legge che nessuno dei due aveva letto, per la semplice ragione che quella legge ancora non esiste.
Abbiamo allora deciso di mettere la querelle in standby: obiezioni accolte perché pertinenti, giudizio ed eventuale confutazione sospesi. Aspetteremo il testo, cercheremo di capire quale criterio verrà realmente adottato e come sarà applicato. Solo allora monteremo il ring e ci scazzotteremo.

Nel frattempo ho cominciato il mio viaggio. Non per dimostrare che il governo abbia ragione o che le opposizioni abbiano torto, ma per capire che cosa sappiamo davvero e quanto, invece, stiamo già aggiungendo noi all’annuncio.

Domenica 20 settembre, durante la festa di Gioventù Nazionale, Giorgia Meloni ha annunciato un provvedimento che dovrebbe stabilire per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe, vietare burqa e niqab nelle scuole e prevedere l’apprendimento dell’italiano per i genitori degli alunni che incontrano gravi difficoltà d’integrazione.

Non conosciamo ancora il testo, il limite numerico, il criterio che sarà utilizzato per individuare gli studenti interessati, le eventuali deroghe e le modalità di applicazione.
Eppure il processo politico sembra già iniziato e, in alcuni casi, persino concluso. Il provvedimento è stato definito inutile, discriminatorio e propagandistico oppure, sul versante opposto, necessario e risolutivo.

Le opposizioni hanno il diritto e il dovere di discutere l’indirizzo politico manifestato dal governo. Ma criticare un principio annunciato è cosa diversa dall’attribuire a un testo ancora sconosciuto contenuti e conseguenze non verificabili.

Continuando la ricerca, ho scoperto che il limite non nasce con l’annuncio di Meloni. La circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio 2010, emanata quando il ministro dell’Istruzione era Mariastella Gelmini, prevedeva già che gli alunni con cittadinanza non italiana non superassero, di norma, il 30 per cento degli iscritti in ciascuna classe.

La percentuale poteva essere innalzata quando gli studenti stranieri possedevano adeguate competenze linguistiche e ridotta quando la conoscenza dell’italiano risultava insufficiente. Una circolare, tuttavia, non è una legge. Il governo può ritenere necessario modificare o rafforzare quella disciplina. Per giudicare la scelta occorrerà capire che cosa cambierà rispetto alle indicazioni esistenti dal 2010.

Bisognerà soprattutto conoscere il criterio adottato. Un ragazzo nato in Italia da genitori stranieri, scolarizzato nel nostro Paese e perfettamente italofono, non si trova nella stessa condizione di un alunno appena arrivato che non possiede gli strumenti linguistici necessari per seguire le lezioni. Conteranno la cittadinanza, il luogo di nascita oppure l’effettiva conoscenza dell’italiano?

Nel viaggio ho incontrato anche un’opinione meno gridata e, proprio per questo, più utile. Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, ha riconosciuto che la questione, «in termini didattici è fondata e condivisibile», ma presenta una difficoltà tecnica: le scuole, soprattutto dell’infanzia e primarie, devono accogliere i ragazzi del quartiere. Se in quella zona la popolazione di origine straniera è maggioritaria, dove dovrebbero essere trasferiti gli alunni che superano il limite?

Giannelli non respinge il principio e non considera già risolta la difficoltà. Individua il problema che la futura legge dovrà affrontare: trasformare un obiettivo didatticamente ragionevole in una disciplina applicabile. «Se ci sarà una legge vedremo come fare», ha concluso.

La tappa successiva mi ha portato ad Amatrice, dove Sergio Mattarella ha inaugurato l’anno scolastico. Il Presidente della Repubblica ha ricordato che la scuola è aperta a tutti, rappresenta una fondamentale leva d’integrazione e deve aiutare a non formare ghetti e ad abbattere le barriere.

Diversi titoli giornalistici hanno trasformato queste parole in un “monito” rivolto al governo. Mattarella, però, non ha citato né Meloni né il provvedimento annunciato. Ha espresso principi generali sul compito costituzionale della scuola.

Principi che, almeno sul piano letterale, non contrastano con la posizione dichiarata dal governo. Meloni sostiene che un’eccessiva concentrazione di alunni privi di adeguate conoscenze linguistiche ostacoli l’integrazione; Mattarella afferma che la scuola deve evitare i ghetti. Un eventuale contrasto potrà emergere dalla futura norma, ma non si ricava automaticamente da queste affermazioni.

Il ministro Giuseppe Valditara, presente ad Amatrice, ha infatti definito quello di Mattarella «un bellissimo discorso» e ha ribadito che senza la padronanza dell’italiano non può esservi vera integrazione. Il duello istituzionale, almeno per ora, esiste soprattutto nel racconto politico-mediatico. Ogni viaggio, però, ha bisogno di un approdo. Il mio è inevitabilmente Cassino, dove la questione nazionale è stata riportata alle dimensioni della nostra realtà.

L’articolo pubblicato su *Leggo Cassino* ricorda che i cittadini stranieri rappresentano circa il 7 per cento della popolazione comunale e rileva che nelle nostre scuole non risulta una presenza significativa di ragazze che indossino burqa o niqab.

Quest’ultimo elemento suggerisce che il divieto annunciato intervenga, almeno a Cassino, su un fenomeno pressoché inesistente. Ma il 7 per cento degli stranieri residenti non consente di valutare il limite previsto per le classi. 

Non ci dice quanti siano gli alunni con cittadinanza non italiana, in quali istituti studino, come sono distribuiti nelle singole aule e quanti incontrino effettive difficoltà nella comprensione dell’italiano. Il dato comunale descrive la popolazione, non la scuola.

Per capire se a Cassino esista il problema indicato da Meloni servirebbero i numeri delle singole classi, distinguendo possibilmente tra ragazzi nati e scolarizzati in Italia e alunni arrivati da poco. Senza questi elementi possiamo formulare impressioni, non conclusioni.

Sono partito da una discussione tra amici, ho incontrato una circolare del 2010, ascoltato il presidente nazionale dei presidi, seguito Mattarella e Valditara fino ad Amatrice e sono infine approdato a Cassino.

Non ho trovato una risposta definitiva. Ho però verificato che intorno a una legge non ancora scritta è già cresciuta una polemica completa. Per ora il mio viaggio si ferma qui. Riprenderà quando il governo renderà pubblico il testo e, per quanto riguarda Cassino, quando conosceremo i dati reali delle nostre classi. A quel punto la mia amica e io potremo finalmente montare il ring. Ma almeno ci scazzotteremo sulla legge reale, non contro quella immaginaria.





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