Opinioni - Le parole della ministra al convegno dell’UCEI dividono la politica. L'analisi di Dario Nicosia: "Ha soltanto ricordato che la libertà e la dignità non hanno partito. Intanto nel nome dell’antifascismo, si praticano comportamenti che di fascista hanno tutto: l’intolleranza, la censura e la demonizzazione del dissenso"
Le parole della ministra Eugenia Roccella, pronunciate al convegno dell’UCEI presso il CNEL, hanno scatenato reazioni indignate e, come spesso accade, più ideologiche che sincere. Eppure, chi ha avuto la pazienza di ascoltarla per intero sa bene che la ministra non ha detto nulla di offensivo — ha detto, semplicemente, la verità.
«Le gite ad Auschwitz – ha ricordato – sono servite a collocare l’antisemitismo nel passato, in un tempo storico e in un’area politica precisa: il fascismo. In questo modo abbiamo creduto di aver fatto i conti con l’odio, mentre l’antisemitismo è rimasto vivo, soltanto più educato, più giustificato, più accettabile».
Un passaggio cruciale, che non mette in discussione la memoria ma denuncia la sua strumentalizzazione culturale: l’averla trasformata in un esercizio rassicurante che assolve il presente e condanna soltanto il passato. Come se l’antisemitismo fosse stato un vizio del fascismo e non una tentazione che attraversa i secoli e tutte le ideologie.
È proprio qui che la ministra colpisce nel segno. Oggi, nel campo che si definisce “progressista”, riemerge una forma nuova di antisemitismo, più elegante nei toni ma altrettanto feroce nei fatti. Si proibisce la presenza di imprese israeliane alla Fiera del Levante di Bari, si contesta una partita di calcio come Italia-Israele a Udine, si boicottano le università israeliane, si intimidiscono studenti e docenti ebrei. Tutto nel nome di una presunta “coscienza morale superiore”.
Ma la coscienza, se non è universale, è ipocrisia. E la cultura, se serve solo a dividere tra chi ha diritto di parlare e chi no, diventa propaganda. Roccella lo ha detto con coraggio: ci siamo illusi che bastasse essere antifascisti per non essere antisemiti. E invece l’odio, oggi, si presenta in giacca e cravatta, con citazioni colte e parole d’ordine di sinistra, ma con la stessa logica di sempre: trovare un colpevole simbolico.
Del resto, la storia lo insegna: anche Karl Marx, padre del socialismo moderno, fu autore di scritti intrisi di antisemitismo. Nel saggio La questione ebraica (1844), identificò l’ebreo con il denaro, con l’usura, con la mercificazione della società. Eppure nessuno oggi osa ricordarlo, perché la sinistra si autoproclama depositaria della “vera cultura” e della “vera morale”, come se il male non potesse mai abitare nella sua casa.
È qui che nasce la più grande mistificazione del nostro tempo: quella per cui l’odio sarebbe sempre “degli altri”, mai nostro. E allora, nel nome dell’antifascismo, si praticano comportamenti che di fascista hanno tutto — l’intolleranza, la censura, la demonizzazione del dissenso.
L’antisemitismo, però, come ogni odio, non è una questione di ideologia, ma di coscienza. È un virus culturale che riaffiora ogni volta che si smette di vedere nell’altro una persona e lo si riduce a un simbolo, a un nemico, a un’idea da cancellare.
Ecco perché la vera frontiera oggi non è tra destra e sinistra, ma tra chi riconosce nell’uomo la misura del giudizio e chi la sostituisce con l’ideologia. La ministra Roccella ha soltanto ricordato che la libertà e la dignità non hanno partito: hanno volto umano.
E se la sinistra - che si proclama ancora “maestra di cultura” - non è più capace di riconoscerlo, allora non è Roccella a dover chiedere scusa, ma chi continua a usare la memoria come un alibi e la storia come una clava.
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