A ruota libera: sulla traiettoria di viaggi ed idee - Una riflessione sulla vita, sul dolore e sulla leggerezza di accettare ciò che accade senza colpe né spiegazioni. Tra ricordi, film e impasti, Marta insegna che il dolore si trasforma solo con le mani e con il coraggio di continuare a vivere, ridendo come una foglia che si stacca dall’albero
Alle 21:27 di ieri avevo appena sfornato un dolce bruttissimo, di quelli che non si sono cotti in modo uniforme, perché forse “non c’hai messo il burro Grazia, né abbastanza lievito”, sentenzia Anna, che però mi approva il sapore; stessa cosa che fa Veronica, per la quale manca anche lo zucchero e che non vuole farla assaggiare a suo marito, malgrado la mia generosità insistente, perché già se lo sente che borbotta sulla cucina e la sua scienza esatta e su me che, invece, cambio le dosi, salto gli ingredienti, ma aggiungo il rum, che è un tocco finale di assoluta maestria di sregolatezza culinaria.
Ma quando sono tornata sabato sera dal cinema, Marta aveva avuto troppo impatto su di me: nella sua storia, nel suo evolversi fra le piazzette nascoste di Roma, le sue Madonne attaccate ai muri, le finestre e le fontane alla svolta improvvisa di un angolo attraversato pedalando nella sua magica bici vintage, quell’accendere i fornelli, rimasti spenti per anni; quel borbottio sul fuoco di pentole, insieme al tintinnare vivace di mestoli e cucchiai, ridisegnava la vita, anche laddove si stava spegnendo.
E diceva una cosa, almeno a me l’ha detta: Marta, con le sue tre ciotole, delle quali il supermercato l’aveva omaggiata nella sua ultima spesa con Antonio, che mai avrebbe immaginato fosse tale, mi ha svelato che certi dolori, certe malinconie che aleggiano sospese sulla tua testa, certe parentesi aperte dentro di te, nelle cose che ti rimproveri e fra altre che non ti perdoni, e qualcuna che pensavi non ti avrebbe mai così colta di sorpresa, le levighi e le superi soltanto con le mani.
Il dolore lo devi impastare; ed improvvisamente mi sono ricordata, come un flash che ha illuminato per un istante la sala buia del cinema, uno scritto di Elena Bernabè, che ho ritrovato pubblicato sui social e che diceva proprio questo: “Come si affronta il dolore? Con le mani, tesoro. Le mani sono le antenne dell’anima. Quando le muovi, quando crei, qualcosa dentro di te si placa. Cuci, cucina, dipingi, intreccia, accarezza, affonda le mani nella terra. Muovi le mani e vedrai che, poco a poco, anche il dolore si trasforma. Non sparisce, ma cambia forma. Diventa parte della tua arte, della tua bellezza interiore. E smette di far male, perché avrai imparato a trasformarlo”.
È quello che fa Marta, dopo anni di granitica e testarda devozione ai cibi precotti, che passano direttamente dal frigo alla tavola, previo, al massimo, un veloce mescolamento di qualche cucchiaio di olio e sale. Perché prima cucinava Antonio, e quella funzione accudente e di calore il cibo, senza di lui, non lo aveva più.
Cucina Marta, dopo che al dolore per la rottura della sua relazione non c’è più tempo di pensare; dopo che è ridotto ad una superfluità adolescenziale, ad un dettaglio sciocco al quale rivolgere la sua attenzione, perché ora Marta ha un tumore, diagnosticato al quarto stadio, con metastasi estese ovunque, nessuna operazione da poter fare ed un bollettino medico spietato che parla di una cura farmacologica sperimentale.
È lì con la dottoressa che le ha appena detto che quella cura, dopo i primi mesi di esito positivo, iniziava a non rispondere, a non funzionare più. Si domanda il perché Marta, si accusa, soprattutto. Subito arriva: “Ma cosa ho sbagliato? Ho sbagliato qualcosa, Dottoressa? Eppure io ho preso quelle pasticche ogni giorno, non ho saltato un solo giorno”.
Si imputa perfino la malattia Marta. E chissà quante altre cose si sarà imputata nella sua vita soltanto intuita attraverso le battute di un film. La rottura con Antonio, i litigi con la sorella, quel corpo che non faceva il suo dovere. Che o ingrassava o dimagriva troppo.
Era una lista di perché, caricati sul collo e sulla schiena, tutti gli avvenimenti della sua vita. Ma la dottoressa le dice la cosa più banale, eppure più difficile del mondo: non c’è una colpa, non ha sbagliato nulla. È complesso il corpo, come è complessa la vita. E soprattutto non è un meccanismo ben oleato di automatismi, di fatica e ricompensazione, di scelte e giustizia proporzionata, di sforzi e risultati raggiunti.
Ci si ammala, senza colpe; ci si lascia, senza colpe; ci si perde, senza colpe. Spesso accade soltanto, perché chi si espone alla vita non ha mai alcuna certezza. Gran parte delle cose della vita, se non la vita stessa, non hanno un perché. Perché amiamo una persona piuttosto che un’altra? Perché siamo infelici senza motivo? Perché ci ammaliamo?
La non risposta è nella vita stessa che non ci risparmiamo. In fondo esiste solo un essere vivente che non soffre mai, né conosce la malattia: l’ameba. Vive subendo la vita, si preserva lontana da qualsivoglia rischio, sta lì, immobile. Non le accadrà mai nulla di troppo grande o doloroso da gestire, ma non potrà mai imparare il coreano.
Darsi alla vita e sentirla dentro in quel modo infinito che accade soltanto quando da quella vita stai andando via. Non saprà mai amare in un secondo di tutto quell’amore che hai accumulato per anni, senza sapere più a chi e come darlo.
Ciao Marta, è vero, hai ragione. Noi siamo ancora in tempo. A vivere senza perché ed accettare che, tutto sommato, vada bene così. E nel frattempo ci raccontiamo una barzelletta, e ridiamo come ridevi tu: come ride una foglia, nonostante stia per staccarsi dall’albero. Con leggerezza, dall’inizio alla fine.
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