Opinioni - Da La Spezia a Sora, la violenza tra i banchi non è una coincidenza. Oggi abbiamo famiglie che chiedono alla scuola di risolvere ciò che non hanno avuto il coraggio di affrontare. E scuole che, per paura di essere giudicate, si rifugiano nell’istruzione tecnica. Questi episodi sono lo specchio di una generazione nata, ma non formata come persona
Ieri a La Spezia uno studente di diciotto anni è morto accoltellato in classe da un coetaneo. Oggi, a Sora, davanti al liceo artistico “Antonio Valente”, un ragazzo di diciassette anni è sfuggito per pochi centimetri alla stessa sorte. Un agguato. Una lama alla gola. Una colluttazione. Dieci giorni di prognosi. Un aggressore che svanisce tra le vie del centro. Due giorni. Due scuole. Due coltelli. Non è una coincidenza. È una frattura che si sta allargando sotto i nostri occhi.
Ogni volta reagiamo allo stesso modo. Sgomento. Cordoglio. Parole di circostanza. Poi torniamo a parlare di sicurezza, telecamere, controlli, metal detector. Come se il problema fosse l’oggetto e, non l’uomo che lo impugna. Qui entra in gioco un principio antico, che non è nostalgia ma lucidità: culpa in educando. Diritto romano. Non slogan da talk show. Significa una cosa semplice e terribile insieme: chi ha il compito di educare risponde di ciò che accade quando l’educazione viene meno.
La scuola è fondamentale. Ma la scuola non può sostituirsi alla famiglia. Chi genera una vita non genera solo un corpo. È chiamato a generare valori, senso del limite, responsabilità, linguaggio del rispetto. Senza questo, nessun progetto educativo regge. La famiglia che si limita a “mettere al mondo” e poi delega tutto alla scuola, allo Stato, agli esperti, rinuncia alla propria prima e più grande responsabilità.
La scuola può accompagnare, rafforzare, correggere. Ma non può creare dal nulla ciò che non è stato seminato. Oggi abbiamo famiglie che chiedono alla scuola di risolvere ciò che non hanno avuto il coraggio di affrontare. E scuole che, per paura di essere giudicate, si rifugiano nell’istruzione tecnica. Nel vuoto che si crea, cresce la violenza.
Educare significa formare la persona. Costruire il senso del limite. Dare parole al conflitto prima che diventi violenza. Insegnare che la libertà non è l’impulso, ma il dominio di sé. Non è colpa dei ragazzi, presi uno per uno. È colpa di un sistema che ha rinunciato alla propria responsabilità educativa e poi si stupisce del risultato.
Culpa in educando. Non servono solo più pattuglie davanti alle scuole. Serve una ricostruzione profonda del patto educativo tra adulti e giovani. Tornare a educare l’umano nell’uomo. Con serietà. Con coraggio. Con presenza. Perché una scuola che non educa non è più una scuola: è solo un edificio con dei banchi. Una famiglia che non educa non è più una comunità di crescita. È solo un fatto biologico. È un luogo dove si nasce, ma non dove si diventa persone. È un tetto, ma non una casa. È generazione senza fecondità educativa.
Perché educare non significa essere “bravi genitori” nel senso sentimentale. Significa assumersi il peso di trasmettere valori, limiti, responsabilità, linguaggio, senso del bene e del male. Una famiglia che non educa: produce figli ma non persone; chiede diritti ma non assume doveri; pretende protezione ma rifiuta la fatica della formazione.
E poi si stupisce quando il mondo restituisce ciò che non ha seminato. Ecco perché culpa in educando non è una formula giuridica. È un giudizio morale sulla nostra epoca. Non per condannare, ma per richiamare alla responsabilità. Perché educare è l’atto più politico che esista. È lì che si decide il futuro, non nei decreti, ma nelle case. E noi non possiamo permetterci di continuare a fingere di non sapere perché accade.