Politica - Dall'uso politico della storia al governo dei flussi: perché il dibattito sull'immigrazione a Cassino non può essere risolto con una scomunica morale. Trasformare le scelte amministrative in simboli ideologici danneggia il confronto civile
In questi giorni, anche a Cassino, il dibattito sull’immigrazione è stato ricondotto dentro una cornice ormai familiare: quella dell’antifascismo come argomento risolutivo. Basta evocarlo — sembra — perché una questione complessa venga archiviata sul piano morale prima ancora di essere discussa nel merito. È ciò che accade quando si affronta il tema della cosiddetta remigrazione.
L’articolo apparso su queste pagine presenta questa prospettiva come il ritorno di un’idea già condannata dalla storia, collegandola direttamente alle ideologie del Novecento. È una scelta polemica legittima, ma rivela un equivoco che da tempo attraversa il dibattito pubblico italiano. L’equivoco è semplice: la storia non è un tribunale.
La storia studia i processi, ricostruisce i contesti, aiuta a comprendere le conseguenze delle scelte umane. Ma non può essere utilizzata come una sentenza preventiva per stabilire ciò che oggi può o non può essere discusso nello spazio pubblico. Quando la storia diventa un tribunale morale permanente, il confronto politico smette di essere un confronto tra idee e si trasforma in un sistema di scomuniche ideologiche.
È un meccanismo che negli ultimi decenni ha trovato la sua forma più evidente nell’uso politico dell’antifascismo. Nato come momento storico preciso — la fine di un regime e l’avvio della Repubblica — l’antifascismo è progressivamente diventato, nel discorso pubblico, una sorta di certificato morale con cui classificare le posizioni politiche. Non uno strumento di memoria, ma un dispositivo di delegittimazione.
Ma una democrazia matura non può fondare la propria legittimazione su una identità antifascista permanente. Le democrazie vivono del pluralismo delle idee nel presente, non della trasformazione della storia in una frontiera morale invalicabile. Il risultato è che questioni concrete vengono trasformate in simboli ideologici. Il tema dell’immigrazione è uno degli esempi più evidenti.
Ogni Stato democratico esercita infatti una funzione fondamentale: stabilire le condizioni di ingresso, permanenza e, nei casi previsti dalla legge, allontanamento dal proprio territorio. Non si tratta di un principio ideologico, ma di una prerogativa ordinaria della sovranità statuale.
Espulsioni amministrative, rimpatri, revoche dei permessi di soggiorno e accordi bilaterali di rientro fanno parte degli strumenti giuridici utilizzati da tutte le democrazie occidentali. Discutere se e come questi strumenti debbano essere applicati non equivale dunque a evocare modelli autoritari.
Significa semplicemente discutere politiche pubbliche. Trasformare automaticamente questo confronto in una questione antifascista significa spostare il dibattito dal terreno delle norme e delle scelte politiche a quello delle evocazioni storiche.
È una scorciatoia retorica che non chiarisce i problemi: li semplifica.
Il punto non è stabilire se una parola ricordi o meno un passato ideologico. Il punto è discutere quali strumenti giuridici e amministrativi siano compatibili con lo Stato di diritto e con l’interesse generale della comunità. In questo senso, il tema dell’immigrazione — regolare, irregolare, selettiva o restrittiva — non può essere ridotto a una questione di identità morale. È, prima di tutto, una questione di governo dei fenomeni sociali.
C’è poi un equivoco ulteriore che merita di essere chiarito. Le città non sono “antifasciste”, “solidali” o “disumane”. Le città sono comunità pluralistiche nelle quali convivono opinioni diverse e spesso contrastanti. Pretendere di attribuire a una città una definizione morale significa, in realtà, sovrapporre alla pluralità dei cittadini la posizione di una sola parte.
La democrazia vive esattamente dell’opposto: della possibilità che idee differenti possano confrontarsi nello spazio pubblico senza essere squalificate preventivamente attraverso etichette storiche. È in questo spazio che si colloca l’impegno culturale e civile di Destra Nuova: contribuire al dibattito pubblico restituendo centralità alla politica, alla responsabilità delle scelte e alla pluralità delle idee. Perché una democrazia matura non teme il confronto. Teme, semmai, la trasformazione della storia in un tribunale e della politica in una scomunica.
L'autore, Dario Nicosia, firma questo pezzo in qualità di esponente di "Area culturale Destra Nuova"
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