Cultura - Un dialogo intimo con l’artista frusinate che, con poliedricità, ha dato vita ad una produzione energica e vibrante. Un racconto che parte dai suoi primi passi e che vuol narrare della sua metamorfosi
Maestro, può confidarci quando e come ha compreso che sarebbe stata l’arte, in tutte le forme, l’elemento della Sua vita?
"Se tentiamo una identificazione temporale di quando il mio interesse per l’arte abbia preso forma devo necessariamente riappropriarmi della memoria e rivivere un episodio particolare della fanciullezza. Ero in prima media ed il professore di discipline artistiche volle che partecipassi ad un concorso riservato agli alunni di quell’età. Fu così che, considerata la più brava del gruppo, mi cimentai con la figura umana trovando comunque difficoltà a rappresentare una figura maschile di spalle… 'fai come fanno gli artisti' suggerì il mio insegnante che, afferrata la matita, tracciò una linea morbida, sinuosa, vibrante, intensa destando in me una piacevole curiosità e l’emozione mi lasciò senza parole procurandomi brividi. Capii in quell’istante che l’arte sarebbe stata al centro della mia vita. Non ho mai dimenticato quel momento magico. Come se a quell’attimo riconducessi il prologo di un nuovo tempo. Quello che avrei vissuto negli anni successivi e che vivo oggi con medesima intensità ed energia. Il passo successivo fu quasi spontaneo, l’iscrizione all’Istituto statale d’Arte di Roma. Luogo eccezionale dove ho avuto la fortuna di conoscere grandi Docenti-Artisti: Caruso, Mongelli, Mattiacci, Pace…, i grandi Maestri del ‘900 che sono stati fondamentali per la mia formazione, non soltanto artistica. Frequentare in seguito l’Accademia di Belle Arti, diventare a mia volta Docente di discipline artistiche è stato uno straordinario percorso”.
Quali ritiene siano i caratteri identificativi del Suo linguaggio artistico? Quali sono le note peculiari dell’Extensionismo pittorico? C’è una fonte ispiratrice alla base di questo processo esploratore?
"Il riconoscimento di un percorso identitario è probabilmente la somma di esperienze intercomunicanti, di percorsi in cui l’osservazione e la riflessione dettano il tempo della crescita, del confronto, anche del dubbio. Eppure, per quanto riguarda la mia storia di artista posso affermare che esiste una sorta di filo conduttore che lega e riconosce il senso di ogni mio intervento, di ogni mio lavoro, quasi a farsi anima e centralità di tutto ciò. A guidare questo filo è la ricerca costante di estetica. Sia con i mezzi della pittura che della scultura, non ignorando altri linguaggi ugualmente significativi per la realizzazione di un progetto espressivo. In campo pittorico, in modo del tutto naturale, la mia indagine è sfociata nella tecnica che ho definito Extensionismo Pittorico, presentata per la prima volta in pubblico nel 2022 alla 59° Biennale di Venezia Arte, presso il Padiglione Nazionale Grenada al Giardino Bianco Art Space – con l’opera Identità Epifaniche. Da qualche anno accade che, nell’elaborazione dei miei lavori, io capovolga la tela o giri intorno ad essa e lavori contemporaneamente sui quattro lati del supporto allo scopo di sperimentare innovative soluzioni formali rispetto a quanto realizzato nel corso degli anni precedenti. In realtà un informale meditativo: “superamento del gesto” – volontà di “disfare i generi” – conservazione della “percezione dell’immagine” o l’evocazione di essa per conferire nuove identità. Tutto ciò determina una conseguente pluralità di visioni dell’opera a vantaggio di forme multiple; da qui l’origine di un’identità, o più identità, in continua evoluzione... Da sottolineare, in tale condizione, la fondamentale relazionalità con l’interlocutore. Sin dall’inizio della mia formazione ho intuito e appreso che l’Arte è linguaggio, comunicazione, ma direi soprattutto partecipazione”.
Nelle Sue opere si avvale di molteplici tecniche e materiali. Come procede, generalmente, alla loro scelta? In che modo essi divengono protagonisti nel dare forma al Suo anelito creativo?
"L’essenza della mia attività artistica è data dalla continua sperimentazione, anche attraverso linguaggi diversi. Le “contaminazioni” tra i codici di rappresentazione delle varie discipline artistiche mi hanno sempre affascinato. Utilizzare materiali, tecniche e dimensioni differenti (ad esempio realizzare una installazione pittorica di extended painting di 90 M (162Mq) come nell’opera di Land Art L’altro affluente; oppure un dipinto 20×20 cm, come nella recente produzione di Icone) è stimolante e appagante allo stesso modo perché obiettivo comune è la ricerca della bellezza, dell’armonia. Questa molteplicità di interventi, di materiali diversamente utilizzati, di misure e volumi puntualmente differenti mi porta alla conclusione che, per “raccontare” è “necessario” servirsi di ogni mezzo a disposizione, come se la “narrazione” si arricchisse (anche nei suoi contenuti) quasi fatalmente degli strumenti impiegati. Una storia può essere “specificata” proprio (o anche) da una pratica piuttosto che da un’altra. La tecnica, la dimensione, i materiali utilizzati entrano a far parte del piano narrativo, quasi fossero caratteri della scrittura, segni distintivi, opportunità di ricerca di diverse forme di estetica tra linguaggi diversi e contaminazioni”.
Tra i numerosi progetti di cui si è occupata, ce ne sono di più sentimentalmente evocativi per Lei?
"Sono fermamente convinta che per un Artista ogni opera è parte di sé in quanto specchio della propria relazione con il mondo. Il periodo inconsueto che stiamo vivendo – il tempo pandemico degli ultimi anni – ci ha portato a scoprire soprattutto le nostre fragilità, la nostra impotenza di fronte a un nemico sconosciuto… Eravamo all’inizio della pandemia, la comunicazione forniva quotidianamente “il bollettino di guerra con tanto di numero dei caduti…” ho sentito il doveroso bisogno, la necessità impellente di fare qualcosa per loro: un tributo, o un contributo di memoria. Soprattutto a quanti non ce l’avevano fatta. Dal turbamento di questi accadimenti sono nate le opere Il rumore del respiro e Presenze. La prima, realizzata nel 2020, è un’installazione scultorea in terracotta bianca, composta da 19 elementi, ciascuno di 30x40 cm, contenuti in una teca di plexiglass di cm 80x80x15. Trattasi di diciannove esemplari, realizzati uno al giorno, quale costruzione di un percorso intimo e insieme universale. Forse un atto pietoso, come stendere un sudario sui tanti uccisi dal virus o forse l’intima speranza di tornare a vivere una vita normale. Una teca in plexiglass accoglie le sculture accatastate le une sulle altre come in una fossa comune. L’opera è presente dal 2020 nell’Archivio Digitale della Galleria d'Arte Moderna di Roma. Presenze, poi, risalente al 2021, è un’installazione scultorea in terracotta bianca, (50 volti cm 30x40 cadauno, lenzuolo di lino cm 300x300). L'opera vuole farsi metafora dell’attuale esistenza, della necessità di un risveglio per una nuova rinascita di intenti, di aspettative... Le “presenze” – poste in sequenza su un “sudario” bianco, installato poi sul pavimento di una chiesa, identificano nella mia intenzione il desiderio di “riprendere il viaggio” come indagine sul divenire e volontà di rovesciare l’afflizione a cui ci ha costretto questo tempo negato. Sono preghiera, buon auspicio. Anche l’opera Vulnerati Homines, ed altre, nascono come documento del presente caratterizzato da guerra, dolore, incertezze d’ogni genere”.
Infine, stante la Sua esperienza, quali ritiene siano le future diramazioni che caratterizzeranno il variopinto e multiforme universo dell’arte?
"Oltre al bisogno di comunicare, sia pure in dialogo costruttivo con l’altro, credo che l’artista, in quanto esecutore dell’opera è legato alla “responsabilità di significare”. Non si può sottintendere pertanto solo un ruolo “taumaturgico” dell’opera d’arte. Da sempre l’Arte è stata pedagogica, sociale, politica, narrativa, ricreativa, seguendo (assai spesso anticipando) quelli che amo definire i “riti” della società. Percorrendone i ritmi, i mutamenti, le ombre, le regole. Ma lo sguardo dell’arte e dell’artista non è mai statico o rassicurante, piuttosto fitto di variabili come un caleidoscopio al servizio degli altri. E poi c’è – o deve esserci – la “consapevolezza” di essere tali: visionari e concreti al contempo, osservatori attenti, eco e ascolto. Detto questo un’analisi breve ma rigorosa del contemporaneo ci mostra come taluni “accadimenti” identificati finora come occasionali ed estemporanei sono diventati parte integrante, quasi costitutiva, del nostro incedere. Ecco, allora dovremmo “ripensare” il nostro modo di “guardare” e pertanto di “suggerire, di proporre, di indicare”. Le guerre, le pandemie, le migrazioni, l’intolleranza sono gli “accadimenti” diventati parte sostanziale – non più marginale – del nostro vissuto. Dinanzi a questa trasformazione epocale, a questo “disagio” altrettanto epocale il nostro sguardo – quello dell’artista – non può rivolgersi altrove”.
Fabiana Di Fazio
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