Opinioni - Oltre la revoca, le domande scomode su una città che insegue la folla dimenticando forse la sua anima
La revoca dell’invito a Rita De Crescenzo da parte degli organizzatori di Cassino Birra 2025 è stata presentata come una scelta sofferta, frutto di dialoghi istituzionali e senso di responsabilità. Ma la realtà è che questa vicenda lascia sul tavolo domande ben più profonde e scomode: dove sta andando questa città? Cosa stiamo diventando?
L’invito era nato — parole testuali — da “valutazioni artistiche e strategiche”, legate alla “capacità di attrarre pubblico e generare impatto economico”. Tradotto: visibilità e incassi prima di tutto. Ma davvero oggi basta essere virali per legittimare una presenza a un evento che dovrebbe rappresentare il territorio? Dov’è finita la responsabilità culturale nelle scelte pubbliche?
La revoca, si dice, non è un giudizio personale. Ma allora perché farla? Se si riteneva la scelta giusta, perché piegarsi alle “lamentele”? E se invece si era già consapevoli delle criticità, perché invitare una figura così controversa in primo luogo? È chiaro che qualcosa non torna. Si cerca di tenere insieme tutto: il pubblico, l’amministrazione, i commercianti, i social — e alla fine si perde di vista la cosa più importante: la coerenza.
Ma il problema è più ampio. Cassino Birra è solo il sintomo di un processo che da anni consuma lentamente l’identità della città. Si punta su eventi vistosi, rumorosi, pieni di luci e slogan. Ma cosa resta, davvero? Che cosa stiamo trasmettendo, ai nostri cittadini, ai nostri giovani, al di là della birra e dei selfie?
Cassino ha una storia che ha attraversato guerre, ricostruzioni, resistenze, memoria. Ha una cultura radicata che chiede rispetto, non travestimenti. Invece ci stiamo svendendo, a poco prezzo, sull’altare della viralità. Una piazza piena non è necessariamente un successo. Un ospite che “fa numeri” non è automaticamente una buona scelta.
E forse non è nemmeno colpa di nessuno, se i giovani oggi cercano negli eventi soprattutto leggerezza. Forse hanno smesso di cercare senso perché nessuno glielo ha più raccontato. E allora sì, forse hanno solo sete — non di birra, ma di qualcosa che dia gusto al vivere. E se l’unico gusto offerto è quello dell’effimero, non c’è da stupirsi se è lì che si fermano.
La vera sfida per una città non è giudicare questa sete, ma capirla. E poi offrire altro. Qualcosa che non sia noioso, ma vero. Che parli al presente, ma lasci qualcosa per il domani.
La cultura, in fondo, non serve a togliere la festa: serve a darle senso
Articolo precedente
Asl, basta inerzia: i sindacati chiedono sicurezza vera per i lavoratoriArticolo successivo
Tragico incidente sull'A1: Cervaro in lutto per la perdita di padre e figlio