Opinioni - Nel dibattito sulla Zona Economica Speciale, la confusione è creata da chi preferisce gridare anziché informare. Tra vincoli europei ignorati, fondi promessi ma non ancora coperti e un teatrino politico sempre più distante dalla realtà, la vera emergenza è la mediocrità di una classe dirigente che usa la disinformazione come strumento di consenso
Nel dibattito sulla ZES sembra che l’unica regola sia gridare più forte. Da settimane si assiste a una gara di dichiarazioni tra chi accusa e chi si difende, tra proclami e smentite, mentre la verità - quella giuridica, non ideologica - resta sullo sfondo. E intanto, i cittadini vengono trattati come spettatori distratti, da confondere piuttosto che informare. La realtà è chiara: il Lazio è fuori dalla ZES non per volontà politica del governo Meloni, ma per un vincolo europeo.
Lo ha stabilito il Decreto Legge 91/2017, firmato dal governo Gentiloni, che - in linea con le disposizioni dell’Unione Europea - consente l’istituzione delle Zone Economiche Speciali solo nelle regioni “meno sviluppate” o “in transizione”. Il Lazio, classificato come “più sviluppato”, non può quindi accedere a quegli aiuti di Stato, pena l’apertura di una procedura d’infrazione.
Una regola nota da otto anni, che oggi qualcuno finge di scoprire solo per costruirci sopra l’ennesimo teatrino politico. E va aggiunto un dato tecnico che pochi dicono: la Carta europea degli aiuti di Stato oggi in vigore copre il periodo 2022–2027. Solo con la nuova programmazione europea, dal 2028 in poi, potranno essere rivisti i criteri di classificazione delle regioni.
Tradotto: fino al 2027 il Lazio non ha alcuna possibilità di entrare nella ZES, a meno di una revisione straordinaria decisa da Bruxelles. Questo non è un giudizio politico, ma un vincolo oggettivo di diritto europeo.
In mezzo a questa confusione voluta, passa quasi sotto silenzio un dato reale: il DPCM del 19 maggio 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale a settembre, ha stanziato 100 milioni di euro per contrastare la deindustrializzazione del Lazio, destinando 20 milioni ciascuno ai cinque ex consorzi industriali regionali fra cui Frosinone, Cassino, Roma-Latina e Sud Pontino.
Sono fondi a fondo perduto per le imprese manifatturiere che investono in innovazione, digitalizzazione e riconversione green. C’è però un dettaglio che i politici “dalla memoria corta” fingono di ignorare: la pubblicazione in Gazzetta non basta. Nel nostro ordinamento, le norme ordinarie devono essere finanziate attraverso la Legge di Bilancio, oggi in fase di approvazione. Solo con la copertura economica in bilancio quei fondi potranno essere effettivamente erogati.
Una regola elementare, che ogni legislatore dovrebbe conoscere ma che molti preferiscono dimenticare, pur di fare i furbi con i cittadini. Ed è proprio qui che si misura la mediocrità della politica contemporanea: nel confondere per convenienza, nel semplificare per propaganda, nel credere che basti un post o un titolo a riscrivere il diritto.
Chi parla di ZES come se fosse un’ingiustizia voluta, e non un vincolo europeo, non difende il territorio: lo prende in giro. Perché la vera offesa non è l’esclusione del Lazio, ma l’arroganza di chi tratta i cittadini come fessi, incapaci di distinguere una norma europea da una promessa elettorale. E questa, purtroppo, è la vera zona speciale in cui la nostra politica sembra confinata: la ZES della mediocrità.
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