"Il problema non è la destra, ma che fine hanno fatto i riformisti nel PD"

Opinioni - Il dibattito sull’identità del Partito democratico prosegue. Al centro dell’intervento la linea politica di Elly Schlein, le difficoltà del campo largo e lo spazio riservato alla cultura riformista. Nicosia replica a Marandola

"Il problema non è la destra, ma che fine hanno fatto i riformisti nel PD"
di Dario Nicosia - Pubblicato: 27-08-2026 11:29 - Tempo di lettura 4 minuti

Ringrazio Sergio Marandola per l’attenzione dedicata al mio articolo. La sua lunga risposta, tuttavia, affronta soprattutto una questione che io non avevo posto. Non avevo proposto un confronto tra il Partito democratico e il Governo Meloni. Non avevo sostenuto che il centrodestra fosse immune da contraddizioni, né intendevo compilare l’elenco delle promesse mantenute o disattese dall’attuale maggioranza.

Il mio interrogativo era un altro, assai più circoscritto: che cosa è diventato il PD di Elly Schlein e che fine ha fatto, al suo interno, la componente riformista? Marandola ricorda che, se Atene piange, Sparta non ride. È certamente vero. Ma se si domanda che cosa stia accadendo ad Atene, raccontare i guai di Sparta non costituisce una risposta. Le contraddizioni del centrodestra non cancellano quelle del centrosinistra e, soprattutto, non spiegano quale identità politica tenga insieme oggi il cosiddetto campo largo.

Non contesto a Marandola il diritto di criticare la destra. Osservo semplicemente che il suo lungo elenco – dalla Russia alle accise, dalle pensioni al cambiamento climatico – sposta il discorso senza affrontarne il nucleo. Anche se tutte le sue accuse fossero fondate, la domanda sull’identità del PD resterebbe esattamente dov’era.

Marandola afferma che il partito è rimasto fedele ai propri valori fondamentali: la difesa dei più deboli, della sanità e dell’ambiente. Non avevo negato l’esistenza di questi riferimenti. Avevo posto una questione diversa: se siano sufficienti a definire un progetto politico comune e quale rapporto conservi il PD attuale con la propria storia riformista.

Un partito non è definito soltanto dai valori generali che proclama. È definito anche dalle scelte che compie, dalle riforme che sostiene, dalle alleanze che costruisce e dalla capacità di indicare una linea riconoscibile. È su questo terreno che nasce la difficoltà del PD: non dal fatto che al suo interno esistano sensibilità differenti, circostanza normale in un grande partito, ma dall’incertezza su quale di esse debba indicarne la direzione.

Non mi sembra una difficoltà inventata dagli avversari. Proprio oggi Il Foglio, in un articolo di Salvatore Merlo, racconta un centrosinistra che, dopo avere discusso dell’ipotesi di un leader «provvisorio», si confronta ora con la proposta di Roberto Speranza di un leader «simbolico». Secondo quanto riferisce il giornale, Speranza si sarebbe consultato con Andrea Orlando e Dario Franceschini.

Merlo sviluppa ironicamente il ragionamento fino a immaginare un futuro «leader deducibile»: un capo che non si vede, ma si ricava dagli indizi. L’ironia può piacere oppure no, ma il problema politico resta: se una coalizione non riesce a individuare una leadership effettiva, forse la difficoltà non riguarda soltanto il nome del candidato. Riguarda la linea politica che quel candidato dovrebbe rappresentare.

Anche la stabilità elettorale rivendicata da Marandola non scioglie questo nodo. Un partito può conservare una quota consistente di consenso e, nello stesso tempo, modificare identità, classe dirigente, alleanze e riferimenti culturali. La continuità dei voti non dimostra automaticamente la continuità del progetto politico.

Non avevo dunque chiesto se il PD fosse migliore o peggiore della destra. Avevo chiesto se gli elettori che si riconoscevano nella sua cultura riformista potessero ancora riconoscersi nel partito guidato da Schlein. Marandola ha risposto spiegando perché, a suo giudizio, la destra governa male.

È una risposta legittima a una domanda legittima. Ma non era la mia. La mia rimane ancora lì: che fine hanno fatto i riformisti?





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