Cronaca - Campi devastati, risarcimenti irrisori e il sospetto di interessi nascosti: una piaga annosa che minaccia la dignità del lavoro contadino nel cassinate
È una storia vecchia, eppure dolorosamente attuale, quella degli agricoltori di Caira, frazione di Cassino, che ogni anno vedono le loro fatiche distrutte dai cinghiali. Non si tratta di un problema passeggero, ma di una piaga che si protrae da numerosi anni, un ciclo incessante di semina, cura e devastazione che mette in ginocchio chi vive del proprio lavoro nei campi. La zona di Caira, in particolare, sembra essere un epicentro di questa calamità, con una presenza di ungulati che si è fatta insostenibile, trasformando di fatto i confini del Monumento Naturale di Montecassino in un vero e proprio allevamento a cielo aperto.
Ogni stagione colturale, la scena si ripete: i cinghiali, ormai padroni indisturbati, banchettano nei campi, distruggendo mesi di sudore e investimenti. Ciò che rende ancora più amara la situazione è il misero risarcimento che viene promesso agli agricoltori. Cifre irrisorie che non coprono nemmeno una minima parte del danno subito, lasciando queste famiglie in una condizione di precarietà e frustrazione. È una beffa, una vera e propria umiliazione per chi vede il proprio lavoro ridotto in macerie senza un adeguato riconoscimento.
Il paradosso è stridente e intollerabile: gli agricoltori di Caira sembrano ormai condannati a lavorare non per assicurare foraggio al proprio bestiame o cibo alla popolazione, ma per dare nutrimento a degli animali che, durante la stagione venatoria, diventeranno oggetto di divertimento per i cacciatori. È un cortocircuito inaccettabile, un'assurdità che mina la dignità di chi ogni giorno si alza all'alba per coltivare la terra. La percezione è quella di un sistema che, lungi dal proteggere i produttori, finisce per favorire un circolo vizioso che avvantaggia altri attori a spese del settore agricolo.
La frustrazione è palpabile e le recenti vicende relative ai "punti di sparo" non fanno che accrescere il senso di abbandono. Postazioni che appaiono e scompaiono, selecontrollori che subiscono molestie e la palese mancanza di continuità nei controlli: tutto contribuisce a rafforzare il sospetto che dietro a questa inerzia vi siano interessi non dichiarati.
Il dubbio, che emerge forte e chiaro, è perché in estate sia considerato pericoloso sparare ai cinghiali da postazioni fisse, mentre d'autunno e d'inverno le stesse aree sono teatro di battute di caccia in girata, con un rischio potenziale ben maggiore.
È giunto il momento che le istituzioni, in primis l'Assessore alle Politiche Agricole della Regione, escano dall'immobilismo. Gli agricoltori di Caira non vogliono carità, né risarcimenti simbolici; rivendicano il diritto al guadagno dal proprio lavoro e chiedono una soluzione definitiva a un problema che, in questa specifica area, continua a sembrare irrisolvibile. Fino a quando gli agricoltori dovranno essere i soli a pagare il prezzo di una gestione faunistica inefficiente e, forse, di interessi nascosti?
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