Opinioni - Basta scarpe rosse e flash mob: abbiamo trasformato il dolore in coreografia per cercare like e consensi. La vera rivoluzione? Un corteo silenzioso, perché la violenza non si applaude: si ascolta
Ogni anno, il 25 novembre torna come una data che l’Italia celebra più che ascoltare. Una ricorrenza che dovrebbe richiamare consapevolezza, dignità, responsabilità; e che invece, sempre più spesso, viene riempita di scenografie, installazioni, performance, drappi rossi, scarpe esposte a terra, scale colorate, flash mob. Una creatività che ha finito per diventare estetica della tragedia.
L'altroieri ho seguito vari telegiornali. Ho guardato con attenzione le immagini delle iniziative organizzate per la Giornata contro la violenza sulle donne. E la sensazione è stata netta: sembrava tutto un grande palcoscenico civile, con l'ansia di mostrare che “qualcosa si sta facendo”. Ma fare non è mostrare. E mostrare non è sentire. Si continua ad allestire lo scenario del dolore, ma non si affronta il dolore reale. Si producono simboli visivi, ma si evita la fatica di un gesto semplice e potentissimo: la verità del silenzio.
Mi sono chiesto quale fosse davvero il messaggio. Per chi erano quelle installazioni? Per chi servivano quegli allestimenti? Per sensibilizzare? O per sentirsi dire “bravi, che bella iniziativa”? Eppure il gesto più forte, più profondo, più dignitoso che le donne avrebbero potuto fare ieri non prevedeva scenografie. Non prevedeva palchi. Non prevedeva la ricerca di uno scatto da condividere.
Sarebbe bastato camminare. Semplicemente camminare. Per le strade delle città, in silenzio. Un silenzio compatto, consapevole, che non cerca il plauso: pretende ascolto. Perché il silenzio non è assenza di voce: è presenza di significato. Ed è molto più difficile da ignorare.
Il problema è che un corteo silenzioso non fa spettacolo. Non si fotografa bene. Non genera consenso immediato. Ma sarebbe il gesto più autentico, più radicale: una massa di donne che cammina senza fare rumore, ricordando che la violenza non è un tema da allestire, ma un conflitto che attraversa la quotidianità, la cultura, i rapporti, l’idea stessa di persona.
Ciò che manca oggi non è la creatività delle installazioni, ma il coraggio della verità. E la verità non è mai scenografica. È scarna. È sobria. È scomoda. E proprio per questo parla.
Abbiamo trasformato una tragedia strutturale in un catalogo di attività simboliche. Abbiamo confuso la memoria col rito, la riflessione con la performance, la coscienza con la coreografia. Forse, l’anno prossimo, potremmo scegliere il gesto più rivoluzionario di tutti: restituire alla giornata il peso del silenzio. Perché il silenzio, quando non è fuga, è dichiarazione. È presenza. È, paradossalmente, il rumore più forte che possiamo fare.
E soprattutto non si applaude. Si ascolta.