Democrazia a bassa densità: anche alle regionali il primo partito è stato quello del non voto

Opinioni - Nonostante il monito del Presidente Mattarella, l'astensionismo ha dominato le ultime elezioni, dalla Puglia al Veneto. I partiti, chiusi in logiche verticistiche e lontani dai territori, non intercettano più i cittadini: serve una riforma profonda della rappresentanza e della legge elettorale

Democrazia a bassa densità: anche alle regionali il primo partito è stato quello del non voto
di autore LeggoCassino.it - Pubblicato: 28-11-2025 18:36 - Tempo di lettura 4 minuti

di Riccardo Pignatelli

Le recenti elezioni regionali di Campania, Puglia e Veneto hanno confermato il trend già visto  nelle scorse regionali di Toscana, Calabria  e Marche riguardo alle  percentuali di astensionismo, ossia la totale disaffezione al voto della maggioranza degli elettori. Si sono recati alle urne quattro elettori su dieci, confermando anche in questo caso il primato del partito del non voto.

E ciò è avvenuto nonostante il richiamo di alto profilo istituzionale  del Presidente  Mattarella rivolto a tutti i partiti qualche giorno prima del voto dall’Assemblea dell’ANCI, esortandoli a prodigarsi  per riportare i cittadini alle urne. Nel corso del suo intervento a Bologna il Capo dello Stato ha infatti sottolineato :.. “la preoccupante flessione dell’esercizio del voto” ed ha ammonito che non ci si puo' accontentare “di una democrazia a bassa densità”.

Stando ai fatti, la nota di maggior rilievo di queste regionali, come già le precedenti, non  ha riguardato  uno spostamento significativo degli equilibri di forze in campo tra i partiti di maggioranza ed opposizione, che è  rimasto pressochè lo stesso, ma ha messo a nudo in modo inequivocabile  l’incapacità dei partiti stessi  di riportare la massa  degli elettori alle urne, di non riuscire a mobilitare gli indecisi ed a  sensibilizzare la pubblica opinione intorno a temi reali della vita sociale, decretando  il progressivo affermarsi di una sorta di democrazia a “bassa densità”, per dirla con le parole del Presidente  della Repubblica, che sta perdendo ogni legame con gli elettori e la gente comune, ossia con i problemi reali che affliggono  cittadini ed i territori.

I partiti, sia di destra che di sinistra, hanno perso la loro connotazione originaria e si affidano ormai, più che ad un agire politico quotidiano pragmatico e partecipativo immerso nella realtà dei problemi reali, ad una sofisticata narrazione mediatica delle loro scelte, tendente per lo più alla loro stessa auto legittimazione e conservazione.L’appello del Capo dello Stato è condivisibile appieno, ma occorre aggiungere che resta sul tavolo il problema di come far tornare a votare quei sei cittadini su dieci che del voto ai partiti non ne vogliono più sapere.

E qui il problema si fa più complesso, perché la causa del non voto è multifattoriale e non può essere ascritta solamente  ad un atto di  poca responsabilità degli elettori che disertano più o meno scientemente le urne.

In effetti se applicassimo alla questione dell’astensionismo alcune categorie sociologiche utili a declinarla meglio ci si renderebbe subito conto che la prima causa di diserzione dal voto sta nell’incapacità dei partiti di rendere i cittadini effettivi partecipi delle scelte riguardanti la res publica , ossia le scelte politiche della gestione pubblica. Il radicamento dei partiti sul territorio oggi avviene per lo più con sistemi organizzativi chiusi, poco partecipativi e scarsamente trasparenti, ed anche dove vi sono circoli e rappresentanti locali le decisioni vengono prese dall’alto secondo un’organizzazione gerarchica fortemente verticistica. I livelli cosiddetti locali e provinciali non sono altro che strutture “ di lavoro” esecutive dei mandati ricevuti dal responsabile regionale, dal deputato o Senatore del collegio.

Le discussioni assembleari o di circolo si fanno ma solo per ratificare quanto già deciso dal livello gerarchico superiore. Le sezioni, i comitati di quartiere, ecc.. sono solo un ricordo del passato!

Una partecipazione così limitata  per quanto attiene la partecipazione dal basso comporta  come conseguenza  un  livello di rappresentanza limitata e circoscritta. La prova di ciò è visibile molto chiaramente se si guarda a come si giunge alle indicazioni dei candidati sindaci, alla formazione delle liste per i consiglieri regionali, alle nomine di rappresentanza negli enti,ecc..  .  

E’ utile aggiungere che i partiti di oggi (della cosiddetta seconda repubblica) sono figli del sistema elettorale che abbiamo e che nessuno vuol cambiare, nonostante i richiami della Consulta. Siamo lontani dall’art. 49 della Costituzione e neanche ci si preoccupa molto della scarsa attuazione del’art.1 , che pura ha sancito la sovranità nelle mani del popolo, da esercitarsi nelle forme di rappresentanza previste, ma con il pieno diritto  a scegliersi i propri rappresentanti con  il voto (di preferenza), che da noi esiste solo per le amministrative e per le regionali  ma non più per le Camere.

Questo vulnus ce lo stiamo portando dietro da troppo tempo ed ha condizionato la qualità dell’azione politica dei partiti e della competizione elettorale. La vera democrazia, val la pena ricordarlo, impone costi sia ai cittadini che dovrebbero essere sempre parte attiva della vita pubblica e sentire l’impegno civile del voto, quanto ai partiti che dovrebbero tornare ad essere i soggetti politici che la Costituzione ha previsto con il citato art.49, aperti e partecipativi,  non chiusi ed arroccati su privilegi a cui non intendono rinunciare, sino ad arrivare ad adottare leggi elettorali (  ancorchè votate  a maggioranza dei due terzi) che consentono loro di decidere sia le liste che gli eletti, cosa che purtroppo abbiamo!

Il sistema che si è ormai consolidato, con il silenzio partecipe e connivente di molte parti,  pone quindi  il cittadino elettore in una unica condizione o far parte del sistema di vassallaggio politico di questo o di quella forza partitica ed andare a votare secondo gli schemi decisi o esserne fuori  con poche opzioni di scelta, tra cui l’astensionismo. Ecco come si spiegano le famose percentuali di voto che nel caso di queste  ultime regionali sono scese al 43,64%  contro il 57,60 delle elezioni precedenti nelle stesse regioni con un calo del 14%  circa. I partiti dunque  mobilitano solo i propri elettorati ( establishment e fidelizzati) ma non riescono a captare la fiducia degli indecisi e della più larga area della pubblica opinione, che sceglie come mezzo di espressione della propria volontà la non partecipazione al voto.

E’ una cosa grave, ma non si risolverà con appelli al dovere ed alla sensibilità politica dei cittadini, lasciando però le cose ferme come sono; occorrono cambiamenti del sistema elettorale e modelli diversi di cultura politica dei partiti, improntati a favorire la piena partecipazione alla vita pubblica dei cittadini e a dar loro  contrappesi di rappresentanza consistenti nella possibilità di scegliere con la preferenza i propri amministratori e parlamentari.

O si comprendono i  tempi  ed i cambiamenti sociali in essere, le nuove frontiere della comunicazione ed il divenire multiforme dell’immaginario collettivo attraverso i media ed i social, nonché le emergenze reali  dettate dalla globalizzazione  e dalle innovazioni tecnologiche, tutte cose che stanno cambiando lo scenario entro cui i partiti si muovono nelle società  democratiche, o il divario tra società reale e parti politiche si allargherà sempre più  in modo irreversibile con scenari futuri inaspettati che potrebbero segnare il declino dei sistemi democratici verso forme sempre più autocratiche, autoreferenziali e pericolose.





Articoli Correlati


cookie