Opinioni - Le reazioni all’articolo su LeggoCassino svelano il volto invisibile della città: la sicurezza non è solo intervento rapido, ma assenza di ostacoli
Mi è stato chiesto un parere su alcuni commenti comparsi dopo la pubblicazione di un mio articolo sulla sicurezza. (LEGGI QUI: Cassino, le mille facce della sicurezza: tra norma che limita e realtà che manca). Un articolo che, vale la pena ricordarlo, non entrava nel merito dei fatti, ma si limitava a osservare come quella parola venisse usata nei diversi contesti giornalistici.
Non avendo profili social, quei commenti mi sono stati inoltrati. Li ho letti con calma. Senza l’urgenza di dover rispondere. E mi hanno colpito, ma non nel modo più immediato. Non perché aggiungessero semplicemente altri temi — la solitudine, la disabilità, il rapporto con le istituzioni — quanto piuttosto per il modo in cui, quasi senza dichiararlo, spostavano il piano del discorso.
A quel punto mi sono accorto che limitarmi a dare un parere su quei commenti sarebbe stato riduttivo. Perché il punto non riguardava solo ciò che era stato scritto sotto quell’articolo, ma qualcosa di più ampio: il modo in cui una parola come “sicurezza” viene usata, e quindi inevitabilmente compresa, all’interno di uno spazio pubblico come LeggoCassino.
Negli articoli che avevo preso in considerazione, quella parola compariva in contesti diversi e con significati che cambiavano di volta in volta. Era sicurezza allo stadio, sicurezza negli ospedali, sicurezza nel lavoro. Ogni volta aderente al fatto raccontato. Ogni volta apparentemente chiara. Eppure, proprio quella varietà di usi conteneva già un elemento di ambiguità. Perché una parola che significa troppe cose finisce, spesso, per non significarne davvero una fino in fondo.
I commenti che ho letto non correggevano quell’ambiguità. La attraversavano. Chi parlava di una sicurezza “materna” non stava proponendo una definizione alternativa, ma riportava l’attenzione su una dimensione che nei testi giornalistici resta quasi sempre implicita: la percezione di non essere soli. Chi richiamava la disabilità non stava aggiungendo un tema tra gli altri, ma mostrava come, in certi casi, la sicurezza non sia una questione di intervento, ma di condizioni di partenza. Non è la stessa cosa.
Perché nel primo caso si parla di ciò che accade quando qualcosa non funziona. Nel secondo si parla di come quel “non funzionare” sia già inscritto nel modo in cui uno spazio, un servizio, una città sono pensati. E qui il discorso, inevitabilmente, si allarga. Non tanto perché si debbano includere tutti i possibili significati della sicurezza — operazione impossibile — ma perché diventa difficile ignorare che il modo in cui la parola viene usata orienta anche il modo in cui la realtà viene letta.
Se la sicurezza è raccontata prevalentemente come risposta, come intervento, come gestione di un rischio già manifestato, tutto ciò che precede quel momento tende a restare sullo sfondo. Non scompare, ma perde evidenza. Eppure è proprio lì che si gioca una parte decisiva dell’esperienza concreta delle persone. Nel tempo dell’attesa, nel percorso quotidiano, nella possibilità — o impossibilità — di muoversi senza ostacoli, nel sapere se qualcuno interverrà e quando. Non si tratta di stabilire quale definizione sia più giusta.
Si tratta di riconoscere che ogni definizione illumina una parte e ne lascia altre in ombra.
Ed è forse questo l’aspetto che quei commenti, letti insieme, rendono evidente. Non tanto un errore di partenza, quanto un limite intrinseco: quando una parola viene usata in modo esteso e continuo, rischia di diventare familiare proprio nel momento in cui smette di essere interrogata. Per questo, più che cercare una sintesi, può essere utile fermarsi su una constatazione più semplice. La sicurezza non è solo ciò che viene garantito. È anche — e forse soprattutto — ciò che viene percepito lungo il tempo in cui nulla accade. E se questa dimensione resta fuori dal modo in cui ne parliamo, non è detto che basti aggiungerla dopo. Perché, a quel punto, il significato della parola è già stato orientato altrove. E allora la domanda resta lì, senza bisogno di essere forzata: una società è sicura perché sa intervenire… o perché non costringe nessuno a vivere nell’attesa di quell’intervento?