Cassino dorme mentre la fabbrica muore: la lezione dei sindacati a una città distratta

Opinioni - Mentre i leoni da tastiera celebrano funerali virtuali, Fim, Fiom, Uilm, Fismic e Ugl ritrovano un’unità storica e portano in piazza migliaia di persone, doppiando i numeri di Torino. Operai, fasce tricolori e industriali ci mettono la faccia, ma la "società civile" resta a guardare il proprio tramonto dal divano. In piazza anche l'europarlamentare Tarquinio, Guido D'Amico di Confimprese, la Lega, i sindaci e il Pd al gran completo, da Zingaretti a Orfini. Grandi assenti i commercianti e gli studenti

Cassino dorme mentre la fabbrica muore: la lezione dei sindacati a una città distratta
di autore Alberto Simone - Pubblicato: 20-03-2026 18:56 - Tempo di lettura 4 minuti

La manifestazione che ha attraversato oggi le strade di Cassino non è stata soltanto una mobilitazione sindacale; è stata la fotografia plastica di un territorio sospeso tra la volontà di resistere e il rischio dell’oblio. I numeri, che oscillano tra le stime più prudenti di 3.000 presenze e quelle più ottimistiche di 5.000, passano oggi in secondo piano rispetto a un dato politico e umano fondamentale: l’unità. Vedere le sigle — Fim, Fiom, Uilm, Fismic e Ugl — marciare compatte, superando divergenze storiche, restituisce il senso di un’emergenza che non ammette più il lusso della divisione.

A colpire è stata la saldatura tra le forze produttive e le istituzioni. In piazza non c'erano solo le tute blu, ma anche il mondo dell'impresa con Guido D’Amico di Confimprese Italia, l'imprenditore del settore Lino Perrone, il leader di Unindustria Vittorio Celletti e una politica che ha fatto quadrato attorno al proprio asset vitale.

Massiccia la presenza del PD con Sara Battisti, Francesco De Angelis, Achille Migliorelli, Daniele Leodori, Matteo Orfini, Nicola Zingaretti, Marta Bonafoni e Danilo Grossi, quest'ultimo perentorio nel sottolineare la portata della sfida: "Siamo qui perché la crisi Stellantis non è una questione di cancelli, ma una questione di sopravvivenza sociale per l'intero Lazio meridionale". In piazza anche Luigi Maccaro di Exodus, insieme a Paolo Ciani, vice capogruppo PD alla Camera e Marco Tarquinio, parlamentare europeo S&D: "La loro presenza - ha detto Maccaro - è stata un segnale di vicinanza concreta affinché queste istanze, con la stessa forza della piazza di oggi, possano arrivare con ancora più forza sui tavoli nazionali ed europei".

Speculare e altrettanto visibile la presenza del centrodestra, in particolare della Lega con l’onorevole Nicola Ottaviani, Mario Abbruzzese e Vincenzo Marrone. In piazza anche la segretaria provinciale di Forza Italia, Rossella Chiusaroli. Il momento più alto della protesta è arrivato con le parole di Michele De Palma, segretario generale della Fiom-Cgil, che ha lanciato un monito diretto ai vertici del gruppo: "John Elkann si trova davanti a un bivio identitario profondo. Il rischio concreto è che un 'Cavaliere del Lavoro' si trasformi, nei fatti, in un 'Cavaliere della cassa integrazione e della disoccupazione'. Non permetteremo che si vada verso la chiusura dello stabilimento di Cassino".

Accanto agli operai, la macchia di colore più significativa è stata il verde e il rosso delle fasce tricolori. Erano decine i sindaci presenti, provenienti non solo dal Cassinate ma da tutto il Lazio meridionale e dall'Alto Casertano, a dimostrazione di come l'indotto di Piedimonte San Germano non conosca confini amministrativi. Enzo Salera, sindaco di Cassino e presidente della Consulta dei sindaci, ha ribadito con forza il ruolo delle amministrazioni locali: "Questa vertenza va avanti ormai da troppi anni. I sindaci sono sempre stati e resteranno al fianco degli operai, perché sanno che se questo motore si ferma, si spegne la luce in tutti i nostri comuni".

Eppure, tra i fumi dei fumogeni e i discorsi accorati dal palco, è rimasta un'ombra: la scarsa partecipazione della società civile. Dove erano gli studenti che domani erediteranno questo deserto? Dove erano i commercianti e i professionisti? È qui che risiede il paradosso più doloroso. Esiste una frattura profonda tra chi vive la fabbrica e chi vive "intorno" alla fabbrica. Non è ancora passato il concetto, fondamentale e drammatico, che la crisi Stellantis non è una vertenza di categoria: è una crisi di sistema. Stellantis è il cuore che pompa sangue nelle arterie del Lazio meridionale da oltre cinquant'anni. Se il cuore si ferma, il collasso del territorio è inevitabile. Non si tratta di "aiutare gli operai", ma di salvare l’economia reale di un intero comprensorio.

Mentre la piazza reale tentava di dare un segnale di dignità, quella virtuale si popolava dei soliti critici della domenica. I "leoni da tastiera" hanno bollato la giornata come un "funerale celebrato fuori tempo massimo". È un’analisi cinica e, soprattutto, sterile. Anche se fossimo davvero di fronte a un funerale, c’è un valore etico nel tentare l’impossibile prima della resa, un valore che supera di gran lunga il rumore di fondo di chi si limita a commentare da dietro uno schermo, spesso sfiorando la diffamazione. La piazza virtuale è affollata di pareri, ma è la piazza reale che determina il futuro.

I dati esposti dai segretari nazionali, come Michele De Palma e Ferdinando Uliano, sono un monito per John Elkann e per l’intero gruppo dirigente di Stellantis: passare da 135.000 vetture a poco più di 20.000 significa smantellare un patrimonio industriale. La transizione elettrica, se gestita come un mero taglio di costi e senza modelli ibridi di transizione come chiesto da Rocco Palombella, rischia di essere il colpo di grazia. I segretari provinciali di categoria, Mirko Marsella, Andrea Di Traglia, Gennaro D'Avino, Gerardo Minotti e Maurizio Stabile hanno fatto oggi ciò che era doveroso e giusto fare. E, per tornare ai numeri, hanno doppiato quelli della manifestazione di Torino, dove i partecipanti erano stati meno di 1.500.

Ma magari bastassero i numeri. Il 21 maggio, con la presentazione del piano industriale, sapremo se Cassino avrà ancora un ruolo nella geografia automobilistica mondiale. Fino ad allora, resta il merito di chi è sceso in piazza a difendere il lavoro. Agli assenti, a chi ha preferito la critica social alla partecipazione fisica, resta l'onere di spiegare come pensano di sopravvivere quando il motore si spegnerà definitivamente. Perché quel giorno, non ci saranno tastiere capaci di riaccenderlo.

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