A ruota libera: sulla traiettoria di viaggi ed idee - Sabato 24 gennaio, nella Giornata Internazionale degli Avvocati minacciati, l'Avvocata Civita Di Russo ha scelto con coraggio di condividere la propria vita
Ci sono sovrapposizioni che giungono, apparentemente, all’improvviso. Come adesso, in una domenica di fine gennaio, con la mente già proiettata all’inizio settimana ed in bocca il sapore piacevole di una tisana ai frutti di bosco. Ad ogni sorso, lento e pigro, mentre mi piace osservare alla finestra le luci accese nelle altre case ed in altre vite, riecheggiano le voci dell’ultimo notiziario acceso alla tv, mescolate alle parole che ieri ha pronunciato l’Avvocata Civita Di Russo.
Trent’anni di professione dedicata alla difesa di collaboratori e testimoni di giustizia, nei più importanti processi contro la criminalità organizzata in Italia. Una vita, quella di donna, privata ed intima, in bilico fra paura e rinunce, libertà condizionata dalla presenza della scorta, ed un percorso professionale spesso lanciato ai confini di un bivio, di quelli che ogni decisione, sia svoltare a destra o sinistra, è contemporaneamente giusta e sbagliata.
Perché Civita Di Russo, così indomita, tanto che il suo libro non poteva avere titolo diverso, ci prende per mano e ci conduce, senza alcuna falsa retorica e senza nessun tentativo ipocrita di alcun convincimento, nelle viscere di un’Italia fatta di mafia, collusioni, delitti efferati, codici segreti e pentimenti, vite al limite ed umanità grottesca.
Lo fa spiazzando tutti, compresa me, compresa quella prassi tutta moderna, populista e suddita del web, che viaggia veloce con i polpastrelli delle dita sui titolo in grassetto dei social, ed etichetta in un attimo, punta il dito e condanna senza appello, senza conoscere quanti risvolti abitano dentro una scelta; quante implicazioni sono contenute in un sistema che consente a chi si è macchiato dei più gravi reati, di usufruire di sconti di pena, in cambio della collaborazione con lo Stato.
Un sistema, copiato e invidiato anche all’estero, che Civita ci spiega essere stato voluto proprio da Falcone e Borsellino, due uomini con una opposta visione politica, ed una comune missione: quella di poter arrivare ad avere le chiavi per aprire la serratura, chiusa a doppia, tripla mandata, di quel castello maledetto che è la mafia, che si poggia su pilastri e substrati, fatti di manovalanza, lusinghe, corruzione, presta nomi, ombre, tantissime, e favoreggiamenti.
Non c’era altro modo di combatterla la mafia, se non conoscerla da dentro, per farne saltare i meccanismi, anticiparne le mosse, stanarla negli ambienti in cui si muove: lei che è così subdola, astuta, guardinga e diffidente; che come un’edera si abbarbica nei salotti giusti, li conquista con le promesse del denaro facile, della gloria a basso costo, e affonda le sue radici più robuste nelle periferie.
La mafia è ovunque, ci dice Civita. Ovunque lo Stato indietreggi; ovunque vi sia una periferia con poche alternative per i giovani: che sia a Tor Bella Monaca, a Scampia, o al quartiere Zen di Palermo, Forcella, Librino, ciò che manca è sempre questo: la speranza. Perciò in quelle zone, in quei vicoli così affamati di idee e valori, occorre riportare i ragazzi negli oratori, cellule preziose di incontro e fiducia: è lo Stato che deve avanzare, con passo motivato e mai stanco, laddove la mafia prospera nella miseria e nell’ ignoranza.
Civita è proprio lì che ha gettato il suo sguardo, sempre un passo indietro rispetto alla condanna, ma anche rispetto alla cieca comprensione: a lei, alla sua etica di Avvocata, interessava la regolarità del processo, l’ascolto attento delle storie di chi era pronto ad invertire la rotta della propria vita, la celebrazione di un giudizio “giusto ed equo”: lo ha fatto senza avere la pretesa, o meglio, l’aspettativa che quegli uomini, e quelle donne, fossero animati da un pentimento sincero, scevro dal rapporto sinallagmatico instaurato con lo Stato, da “quell’ ut des”, che li aveva indotti alla confessione, accusatoria prima verso se stessi, e poi verso gli altri.
Qualcuno, chissà, si sarà pentito veramente; qualcun altro sarà stato animato da moventi tutti personali: come quella donna che, racconta Civita, dopo una vita passata accanto all’uomo che ora stava scontando il 41 bis, pronta a sfidare perfino le regole e i controlli del carcere, per mantenere attivo ed operativo il clan del suo uomo, venuta a sapere del tradimento di lui, decide di vendicarsi collaborando con lo Stato e raccontando tutto ciò che ben sapeva degli affari del marito.
Civita, d’altra parte, non ha modo e tempo di interrogarsi; non può confrontarsi con nessuno che le dia una prospettiva o una visione, sul perché delle storie che le vengono raccontate, qualcuno con cui condividere una riflessione o abbandonarsi al riposo da quella che è una dura battaglia di giustizia: ha la stessa solitudine di quegli uomini e di quelle donne che si pentono; non può confidarsi con nessuno, vive tutto tra bunker, silenzi istituzionali, e trasformazioni interiori, di quelle senza voce, sotterranee, ma così radicali da scuoterti dentro, da creare un necessario punto di contatto fra la lucidità professionale e la profondità umana.
Quel che è certo è che man mano che Civita parla, in modo così franco e appassionato, si fa strada l’idea che quella dei collaboratori di giustizia; la normativa che li ha “introdotti”, si è rivelato un male necessario per combattere la mafia, quel mostro in nome del quale loro hanno ucciso e perseguitato: difronte a ciò crolla ogni facile e qualunquista giudizio, e dentro di me, come penso dentro l’etica di tutti noi Avvocati, si sente orgogliosa la voce della nostra vocazione, quella per la quale “ difendere qualcuno non significa approvarlo.
Significa ricordare che ogni persona ha diritto a una parola che lo nomini di nuovo, al di là della colpa. La difesa è un gesto che sfida l’abbandono”. Ed in questa sfida, tenta di ricostruire un equilibrio, perché Falcone e Borsellino sono stati proprio questo “avvertimenti sociali; la prova che si può credere in qualcosa fino all’estremo, senza mai arretrare. Sono stati tra i pochi esempi che Civita ha portato con sé come uno scudo invisibile”.
Insieme alla paura, come accade a tanti Avvocati nel mondo, e proprio nel giorno in cui Civita ha condiviso la sua vita da indomita, sabato 24 gennaio, come il 24 gennaio di ogni anno, vi è stata la ricorrenza della Giornata Internazionale degli Avvocati minacciati. Di quegli Avvocati che non si fanno piegare dal peso ingombrante di agire laddove etica e responsabilità chiedono il rischio della propria incolumità.
In questa società, così netta nel giudicare e incapace di riconoscere il limite di ciò che non sa e non può comprendere, Civita ha compiuto qualcosa di difficile, eppure così necessario: abitare più punti di vista. Sospendere il giudizio, come esercizio di virtù: quella che ci consente di sperimentare l’ambivalenza ed imparare a vedere con occhi che non sono i nostri. Perché è soltanto così che ci si espande, e che qualcosa di buono per germogliare anche dal fango.
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