Narrazione semantica e posizionamento politico: il caso di una città da “accendere”

Opinioni - Tra percezione e realtà: come la narrazione di "Cassino ON" sposta il dibattito pubblico dal piano della concretezza a quello del simbolo

Narrazione semantica e posizionamento politico: il caso di una città da “accendere”
di Dario Nicosia - Pubblicato: 17-04-2026 15:44 - Tempo di lettura 3 minuti

C’è un momento preciso in cui un progetto smette di essere un’idea e diventa un racconto. Quel momento è quando prende forma, non nei numeri, non nei documenti , ma  nelle immagini:  “Cassino ON”. Una città vista dall’alto, immersa nel verde, attraversata da linee luminose, quasi a suggerire una connessione continua, fluida, senza interruzioni.

E poi quel simbolo: il tasto di accensione, universale, immediato, inequivocabile, non serve spiegarlo, basta guardarlo, è qui che il linguaggio cambia. Perché a questo punto non siamo più semplicemente di fronte a una proposta, ma a una visione che si presenta già compiuta. Il tema, allora, non è stabilire se quell’immagine sia bella, efficace o condivisibile. La questione è un’altra: quell’immagine non descrive la città, la anticipa. Non restituisce ciò che è, ma suggerisce ciò che dovrebbe essere. E nel farlo, compie un’operazione precisa: sposta il dibattito dal terreno della realtà a quello della rappresentazione.

Quando si parla di città, di solito si entra nel merito: spazi, funzioni, costi, priorità. Qui, invece, il piano si sposta. Non si discute tanto che cosa fare, ma come raccontare ciò che si potrebbe fare. Cassino viene descritta come un’ombra, non nel senso fisico, ma nel senso potenziale: ciò che è rispetto a ciò che potrebbe essere.

È una costruzione elegante, perché non accusa direttamente nessuno, non individua responsabilità precise. Ma introduce un elemento decisivo: l’insufficienza implicita del presente. A questo punto entra in gioco il verbo. “Accendere”. Accendere cosa? Uno spazio? Un progetto? Un dibattito? Oppure, più semplicemente, una percezione? Perché è proprio qui che la narrazione semantica mostra la sua forza: non definisce, ma orienta, non impone, ma suggerisce e, nel suggerire, finisce per delimitare.
Non è la prima volta che accade.

Già parlando di sicurezza, il tema non era tanto ciò che accadeva, ma il modo in cui veniva raccontato. La distanza tra percezione e realtà, tra parola utilizzata e significato prodotto. Perché il linguaggio non è mai neutro. Non lo è quando descrive un fatto. E non lo è, a maggior ragione, quando prova a costruire un’idea di città. In quel caso, la sicurezza diventava una categoria elastica, capace di adattarsi al racconto più che ai dati. Qui accade qualcosa di simile: non si misura uno spazio, si evoca una possibilità.

E tra ciò che si misura e ciò che si evoca, si gioca una differenza che non è solo semantica: è politica. Non siamo più dentro un progetto urbanistico, perché siamo dentro un campo simbolico e,  in quel campo si stabilisce una distinzione implicita: da una parte chi “accende”, dall’altra chi — senza essere mai nominato — resta fermo, spento, immobile.

Si tratta di un meccanismo sottile, nel quale non emerge un conflitto dichiarato, ma si delinea comunque una linea di separazione piuttosto netta. In questo senso, l’aspetto più interessante è che il posizionamento politico non passa attraverso lo scontro esplicito, bensì attraverso l’uso del linguaggio. Non è, di per sé, un problema, ma una scelta consapevole. E ogni scelta linguistica produce effetti: sposta il baricentro del discorso, delimita il campo, orienta lo sguardo di chi osserva.

Così, come già avvenuto in altri momenti del dibattito cittadino, ciò che appare inizialmente come una semplice espressione finisce per incidere sul modo stesso di pensare. Alla fine, il punto non è tanto stabilire se sia necessario o meno un progetto per la città, quanto interrogarsi su un livello diverso, più profondo e meno immediato. È evidente che l’intenzione sia quella di aprire un confronto e coinvolgere la città in un’idea di futuro. Un invito, quindi, che si muove nella direzione della partecipazione e che, in quanto tale, non può essere letto in chiave negativa.

Ma è proprio nel modo in cui questo invito viene costruito che emerge un elemento ulteriore, meno immediato e forse più interessante da osservare. Quando il dibattito pubblico si sposta dalle cose alle parole che le evocano — o alle immagini che le anticipano — il rischio, o forse l’opportunità, è che la città venga costruita prima nel racconto che nella realtà. Se basta un’immagine per “accendere” una città, chi  stabilisce quando si sta costruendo davvero — e quando, invece, si è già deciso tutto senza accorgercene?

“A Cassino si accende tutto: idee, parole, visioni. Resta solo da capire cosa resta acceso quando finisce il racconto.” E forse è proprio in quel momento che una città smette di essere immaginata e comincia, davvero, a esistere.





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