Fallimento Italia, ennesimo disastro azzurro: Gravina, il pesce puzza sempre dalla testa

Sport - Il problema è alla base di un sistema che preferisce chiamare "eroi" i reduci di una disfatta piuttosto che ammettere il fallimento di una classe dirigente immobile. Un dato della partita di ieri deve farci riflettere: il numero 19 bosniaco ha messo a ferro e fuoco la nostra retroguardia. Ha poco più di 18 anni ed è già titolare in Nazionale. Com'è possibile che in Italia, dove il calcio è religione, non ne esista uno al suo livello?

Fallimento Italia, ennesimo disastro azzurro: Gravina, il pesce puzza sempre dalla testa
di autore Francesco Margiotta - Pubblicato: 01-04-2026 15:59 - Tempo di lettura 3 minuti

Italiani: popolo di santi, navigatori, poeti e… calciatori. O meglio, almeno un tempo era così. Quello di Stati Uniti, Messico e Canada 2026 sarà infatti il terzo Mondiale consecutivo senza gli Azzurri protagonisti: un fallimento senza precedenti. No, non è un pesce d'aprile e anche se lo fosse ci sarebbe poco da ridere.

Siamo di fronte a una vera e propria Caporetto che parte dalle fondamenta e travolge i vertici. Quegli stessi vertici che non hanno neppure la dignità di assumersi le proprie responsabilità e farsi da parte. Lo fece persino il compianto Carlo Tavecchio dopo la disfatta contro la Svezia nel 2017; con Gabriele Gravina al comando della Federazione, invece, la situazione è addirittura peggiorata. Quello che sembrava un evento scioccante si sta trasformando in una tragica abitudine.

Il sistema calcio italiano è marcio: è da qui che si deve ripartire. Dalle dimissioni della presidenza e da una rifondazione totale. Lo stesso Gravina che, davanti a 60 milioni di italiani, ha avuto l'ardire di definire “eroi” i nostri calciatori per l’impegno profuso. “Eroi”. Avete capito bene: siamo stati presi a pallonate dalla Bosnia ed Erzegovina e c’è chi ha il coraggio di usare toni epici per coprire il vuoto tecnico.

Ma, come si suol dire, il pesce puzza sempre dalla testa. Guardate i nostri stadi: antichi, trasandati, obsoleti. Guardate i settori giovanili, lasciati completamente allo sbaraglio, dove gli allenatori inseguono il risultato immediato anziché la crescita dei ragazzi. Tra raccomandazioni, clientelismo e sprechi di denaro nei dilettanti, non è un caso se per trovare un talento cristallino "made in Italy" si debba tornare ai tempi di Baggio, Totti e Del Piero. Sono passati vent’anni: è inaccettabile non aver più prodotto eccellenze di quel calibro.

Il paradosso è che, guardando altrove, lo sport italiano brilla: dominiamo il tennis con Sinner, eccelliamo in Formula 1 con Antonelli, dettiamo legge in MotoGP con Bagnaia e Bezzecchi, per non parlare dei campioni olimpici che portano il Tricolore sul tetto del mondo.

Certo, potremmo analizzare il campo. Potremmo dire che Rino Gattuso, uomo dal cuore immenso, forse rendeva meglio da incontrista che in panchina. Potremmo puntare il dito contro Bastoni, reo di un fallo tanto sciocco quanto evitabile, nel momento più buio della sua carriera. Potremmo prendercela con l’arbitro per un rosso negato o con l’imprecisione di Pio Esposito e Cristante dagli undici metri.

Tuttavia, un dato della partita di ieri deve farci riflettere: il numero 19 bosniaco, tale Kerim Alajbegovic, nato nel settembre 2007, ha messo a ferro e fuoco la nostra retroguardia. Ha poco più di 18 anni ed è già titolare in Nazionale. Com'è possibile che in Italia, dove il calcio è religione e contiamo quasi 900.000 tesserati FIGC tra i 5 e i 16 anni, non ne esista uno al suo livello?

La risposta è culturale. Qualche tempo fa, l’attuale tecnico della Fiorentina Paolo Vanoli lodava un suo calciatore, Fabiano Parisi, per essersi adattato a un ruolo non suo, invitando i ragazzi a prenderlo come esempio contro chi si lamenta del poco spazio. Cito testualmente: “Troppo spesso i giovani dicono: ‘Eh ma se non mi fa giocare’. Guardate Parisi: i ragazzi dovrebbero prendere esempio”. 

Sono andato a controllare la carta d'identità: Parisi è un classe 2000. Ha quasi 26 anni e per noi è ancora considerato un "giovane". È grottesco, se si pensa che il Barcellona, una delle migliori squadre del mondo, giochi ogni tre giorni con quattro o cinque adolescenti titolari inamovibili. In Italia a 26 anni sei una promessa; in Europa, a quell'età, sei già un veterano.

Caro Gravina, cari dirigenti, cari presidenti: smettetela di nascondervi dietro gli alibi. Avete trasformato la Nazionale in un deserto di ambizioni e il nostro calcio in un museo di nostalgia. Se amate davvero questo sport, fate l'unico gesto nobile rimasto: lasciate le poltrone a chi ha il coraggio di ricostruire sulle macerie che avete lasciato. 

Ma soprattutto, abbiate il coraggio di andare a spiegarlo ai bambini di dodici anni: quelli che un Mondiale non sanno neanche che sapore abbia, quelli che non hanno mai visto le piazze colorarsi d'azzurro e che conoscono questa competizione solo dai racconti sbiaditi dei padri o dai videogiochi.

Dimettetevi. Non domani. Non tra quattro anni. Adesso. Nonostante sia già troppo tardi.





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