Attualità - Perché una restrizione per legge non può sostituire l'educazione civica: verso una responsabilità condivisa tra algoritmi, famiglie e istituzioni
Nel podcast Senza Giri di Parole, con il direttore Alberto Simone abbiamo ragionato sulla questione se sarebbe educativo vietare l'utilizzo dei social in Italia ai giovani sotto i 16 anni?
Da pedagogista della famiglia, analizzo, facendo una sintesi, il complesso dibattito sull'argomento, spostando il focus dal semplice proibizionismo a una visione educativa, ma anche giuridica e democratica. Certamente, la questione centrale non è solo l'età di accesso, ma come bilanciare la protezione dei giovani con i loro diritti digitali.
Un semplice vietare i social rischia di essere una misura parziale se manca un intervento sulla struttura delle piattaforme, progettate per massimizzare il tempo di permanenza tramite algoritmi persuasivi.
C'è poi una sfida educativa, per cui la restrizione non sostituisce l'educazione civica digitale. Mentre, la scuola e la famiglia devono guidare i minori verso un uso consapevole, piuttosto che limitarsi a escluderli da una realtà ormai pervasiva.
Contestualmente, ci sono anche delle implicazioni democratiche. Cioè, un divieto generalizzato pone anche degli interrogativi sulla libertà di espressione e sull'accesso all'informazione, diritti fondamentali anche per le nuove generazioni.
Dunque, la soluzione da promuovere risiede in una responsabilità condivisa. Cosa significa? Da un punto di vista giuridico, le piattaforme dovrebbero essere regolate per legge, mentre a livello di società dovremmo investire maggiormente in una solida cultura digitale per formare cittadini critici e capaci di proteggersi.
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