Opinioni - Le liste di Partito confermano il disegno: il Sud della Provincia non è più un perno politico, ma una "zavorra" elettorale. Tra silenzi locali e imposizioni esterne, ecco come si svuota di senso un intero territorio. Il caso emblematico di FdI: il Cassinate non esiste nella compagine che governa il Paese. La rappresentanza non si mendica: si pretende, si costruisce, si difende. Altrimenti continueremo a chiederci perché il territorio non cresce
Cassino non è un capoluogo per capriccio. È stata, per storia e per tradizione politica almeno fino alla fine degli anni ’90, un baricentro vero: amministrativo, culturale, industriale, persino simbolico. Un territorio che teneva insieme 42 Comuni, che faceva massa critica, che contava. Oggi invece sembra vivere una stagione opposta: non più fulcro, ma periferia. Non per destino cinico e baro. Per scelta politica. O, peggio, per disinteresse.
Partiamo dall’ultima fotografia, quella che non ammette interpretazioni: nelle liste per le elezioni provinciali, il Partito Democratico candida due esponenti di Cassino, mentre Fratelli d’Italia — che a parole si presenta come la forza del radicamento, del territorio, della “comunità” — non candida nessuno del capoluogo del sud della provincia.
Nessuno. Un ultimo dato rende il quadro ancora più chiaro: la candidatura del sindaco di Cassino nelle liste del Partito Democratico non è accompagnata da alcuna reale prospettiva di guida dell’ente. Le cronache politiche indicano che la presidenza della Provincia si giocherà altrove, in altri equilibri territoriali. Tradotto: Cassino compare nelle liste ma non nella partita che conta. Anche quando c’è, non decide. E quando un territorio non decide mai, la marginalizzazione non è più una percezione: è un disegno.
E attenzione: non è un problema di nomi, non è la querelle su “chi” meriti. È il segnale che conta: Cassino non è considerata un perno, ma una casella sacrificabile. E qui viene il punto politico, quello che brucia: questa assenza non è un incidente. È il frutto di una linea. Perché Cassino, se vuoi rappresentarla, la rappresenti.
Se non la rappresenti, hai deciso che non ti serve. Non ti serve come peso politico, non ti serve come baricentro, non ti serve come luogo in cui investire leadership. Ti serve, al massimo, come bacino elettorale da ricordare quando c’è da chiedere consenso e da dimenticare quando c’è da distribuire posti e responsabilità.
A dicembre, non a caso, il coordinamento cittadino di Fratelli d’Italia di Cassino e i consiglieri comunali del partito avevano scritto ai vertici provinciale e regionale chiedendo esplicitamente che la lista per le provinciali riflettesse la pluralità dei territori e valorizzasse il peso del Cassinate. Era una richiesta politica chiara, formalizzata, rivolta proprio a chi oggi compone le liste. Alla prova dei fatti, quella richiesta è rimasta senza esito: nessuna candidatura di Cassino è stata inserita.
E qui si apre una questione che la politica locale non può eludere: è stato il livello provinciale a non voler prendere in considerazione una candidatura cassinate, oppure è stato il gruppo dirigente di Cassino a non esprimere o sostenere con forza un proprio nome? Perché la valenza politica delle due ipotesi è radicalmente diversa — ma entrambe gravi. Se è stata Frosinone a non voler includere Cassino, significa che il principale territorio del sud della provincia non è ritenuto strategico nella costruzione della rappresentanza provinciale: una marginalizzazione deliberata.
Se invece è Cassino a non aver imposto o difeso una candidatura, significa che la classe dirigente locale ha rinunciato a rappresentare il proprio territorio nei livelli sovracomunali: una auto-marginalizzazione. In entrambi i casi il risultato è lo stesso: il Cassinate non esiste nella lista del partito che governa il Paese.
Qualcuno dirà: “Ma le provinciali sono un’elezione di secondo livello, votano sindaci e consiglieri, contano gli equilibri”. Appunto. Proprio perché contano gli equilibri, l’assenza di Cassino in una lista che ambisce a essere la prima della provincia è una dichiarazione di priorità: il sud non è priorità. Il Cassinate non è priorità. È una zavorra buona per i comunicati, non per le scelte.
Se poi allarghiamo lo sguardo, il quadro diventa ancora più amaro. La riformulazione dei collegi uninominali per Camera e Senato ci ha accorpato alla provincia di Latina. Un accorpamento che, nei numeri, significa una cosa semplice: cinque città da sole concentrano oltre l’80% degli aventi diritto al voto. Risultato? Il Cassinate, con i suoi 42 Comuni, può anche agitarsi, può anche fare squadra, può anche lavorare sul consenso, ma strutturalmente non ha i numeri per eleggere un proprio rappresentante. È matematica, non propaganda.
E allora la domanda è: in un sistema che già ci penalizza per costruzione, la politica locale che fa? Compensa? Difende? Pretende? No. Subisce. O peggio: collabora al proprio depotenziamento. Perché mentre perdiamo peso nei collegi e veniamo trascinati in assetti elettorali dove contiamo meno, ci ritroviamo pure i “ras” della politica che calano candidati da Frosinone nel collegio, come se il Cassinate fosse una terra di passaggio, una platea da riempire, non una comunità da rappresentare. Il caso più plastico è quello che tutti hanno visto: eleggere Nicola Ottaviani nel collegio serve a liberare spazio altrove, a tenere in equilibrio correnti, a garantire poltrone, a non disturbare assetti.
E se questo “incastro” avviene mentre il territorio resta senza un suo baricentro politico, è tutto dire. A questo punto la domanda non è più retorica. È identitaria. È una domanda che riguarda la dignità politica di un’area intera: ci fate o ci siete? Perché o non capite cosa state facendo — e allora è grave — oppure lo capite benissimo e lo fate lo stesso — e allora è peggio.
E attenzione: qui non c’entra il campanilismo da bar. Non stiamo chiedendo “un posto per noi” come si chiederebbe un favore. Qui si parla di una cosa seria: senza rappresentanza non esiste voce, e senza voce un territorio non cresce. Non pesa sui tavoli dove si decidono infrastrutture, sanità, trasporti, lavoro, università, sicurezza. Non indirizza i fondi. Non difende le sue priorità. Subisce le priorità altrui.
La politica dovrebbe fare esattamente l’opposto: costruire classi dirigenti locali, valorizzare competenze, tenere il baricentro dove esistono popolazione, storia e funzioni. Invece sembra impegnata a smontare pezzo per pezzo la capacità del Cassinate di contare davvero. Prima ti tolgo i numeri nei collegi, poi ti tolgo la rappresentanza nelle liste provinciali, poi ti calo candidati da altrove, poi ti dico che “serve unità”. Sì: unità per chi?
E allora una proposta semplice, concreta, verificabile: chi oggi guida i partiti nel Cassinate dica pubblicamente una cosa sola — non slogan, non post — ma un impegno politico misurabile: quali sedi, quali liste, quali ruoli saranno presidiati da esponenti del territorio nei prossimi passaggi? Se non sanno rispondere, significa che Cassino non è un progetto: è un serbatoio.
La chiusura, però, non può essere solo amarezza. Perché se questa terra è stata fulcro, può tornare a esserlo. Ma a una condizione: smettere di accettare la marginalità come fosse normale. La rappresentanza non si mendica: si pretende, si costruisce, si difende. Altrimenti continueremo a chiederci perché il territorio non cresce, mentre la risposta è sotto gli occhi di tutti: senza voce, si resta fermi. E chi resta fermo, prima o poi viene cancellato dalle mappe politiche degli altri.
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