La trattativa delle regole: se la forza e il prestigio diventano pedagogia sociale

Opinioni - Dal derby di Torino al caso Stromboli, quando l'autorità cede il passo alla pressione della curva e al peso della celebrità, educando le nuove generazioni al primato della forza sulla legalità

La trattativa delle regole: se la forza e il prestigio diventano pedagogia sociale
di Dario Nicosia - Pubblicato: 26-05-2026 08:15 - Tempo di lettura 2 minuti

Ci sono immagini che valgono più di molte dichiarazioni ufficiali perché non raccontano soltanto un fatto, ma il clima culturale che quel fatto rende ormai quasi normale. Ed è difficile non vedere, tanto in ciò che è accaduto a Torino in occasione del derby tra Torino FC e Juventus FC quanto nella vicenda di Stromboli legata a Mick Jagger, qualcosa che va ben oltre il singolo episodio, perché il punto vero forse è la progressiva educazione culturale alla forza come strumento di legittimazione.

Nel derby di Torino, l’immagine del capitano della Juventus che si reca sotto la curva per “trattare” con i tifosi dopo la minaccia di invasione di campo produce un effetto simbolico molto preciso; non importa neppure se l’intenzione fosse quella di calmare gli animi, perché ciò che conta è ciò che quella scena comunica socialmente.

Quella scena sembra infatti confermare almeno due elementi molto profondi: il primo è la progressiva delegittimazione dell’autorità, perché in uno Stato di diritto l’ordine pubblico e la gestione della sicurezza appartengono alle istituzioni competenti e non alla capacità di pressione di gruppi organizzati; quando invece il conflitto si sposta sul terreno della “mediazione” con chi minaccia disordini, il rischio è che l’autorità appaia debole, subordinata, quasi costretta a negoziare la legalità stessa.

Il secondo elemento è forse ancora più grave, poiché chi urla più forte, chi minaccia, chi occupa simbolicamente lo spazio pubblico attraverso la paura, finisce per apparire interlocutore inevitabile e, in qualche modo, persino riconosciuto. Ed allora il problema non è più soltanto sportivo, ma profondamente educativo, perché i ragazzi che guardano quelle immagini non leggono i verbali della questura o le spiegazioni ufficiali; vedono semplicemente che la pressione funziona, che l’intimidazione costringe gli altri a trattare e che la forza scenica del gruppo riesce a piegare le regole.

Ed è difficile non ritrovare una dinamica simile anche in ciò che è accaduto a Stromboli, dove, al di là del merito specifico della vicenda, colpisce soprattutto il riflesso mediatico successivo, perché in molti commenti sembrava quasi che il problema non fosse il possibile disturbo arrecato ai residenti o il rispetto delle regole locali, ma il fatto che interrompere quei festeggiamenti potesse “danneggiare l’immagine dell’isola”.

È qui che emerge un altro aspetto della stessa deformazione culturale, poiché implicitamente si afferma un principio pericoloso: le regole valgono, ma non allo stesso modo per tutti.

Se sei anonimo, il limite è invalicabile; se invece sei famoso, ricco, potente o mediaticamente utile, allora quel limite diventa trattabile, interpretabile, quasi fastidioso. Si tratta di una pedagogia sociale devastante, perché educa lentamente all’idea che il prestigio produca una sorta di immunità morale e che il rispetto delle regole possa dipendere non dal principio in sé, ma dal peso sociale di chi le oltrepassa.

In fondo il meccanismo è molto simile a quello visto negli stadi: da una parte la pressione della curva, dall’altra il peso della celebrità; cambiano i contesti, ma non la struttura culturale. In entrambi i casi emerge una società che troppo spesso non difende più il principio, ma valuta la convenienza di applicarlo e così la regola smette di essere fondamento comune per trasformarsi in una negoziazione continua con il potere, il consenso o la visibilità.

Ed allora forse la domanda finale è tanto semplice quanto inquietante: se una società abitua lentamente le persone all’idea che la forza, la notorietà, la pressione o l’arroganza possano valere più delle regole condivise, non stiamo forse traducendo tutto questo in una vera e propria educazione alla violenza?





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