TAV, il fatto e l’atto: quando un territorio smette di essere centrale

Opinioni - Il rischio di una dimensione periferica per il basso Lazio: come le scelte "tecniche" sulla TAV nascondono la storica incapacità della politica locale di difendere la centralità del territorio.

TAV, il fatto e l’atto: quando un territorio smette di essere centrale
di Dario Nicosia - Pubblicato: 22-05-2026 17:34 - Tempo di lettura 3 minuti

La vicenda della futura stazione dell’Alta Velocità nell’area Ferentino/Frosinone sta progressivamente assumendo un significato che va ben oltre la semplice localizzazione di un’infrastruttura ferroviaria. Ed è forse questo l’aspetto più interessante che emerge leggendo insieme i recenti interventi pubblici di Sergio Marandola e di Fratelli d’Italia Cassino.
Perché dietro il dibattito sulla TAV si sta consumando qualcosa di molto più profondo: il rapporto tra un territorio e la propria capacità di essere ancora pensato come centrale dentro una visione politica lunga.

Ed allora forse il punto vero è distinguere il fatto dall’atto. Il fatto oggi è la futura stazione TAV nell’area Ferentino/Frosinone.
Ma noi sappiamo che il fatto non nasce mai da solo, perché esiste sempre un atto che lo produce e quell’atto, nel nostro caso, sembra essere una lunga e trasversale assenza di volontà politica reale nel difendere il ruolo strategico del Cassinate, indipendentemente dai colori dei governi che si sono succeduti negli anni. Perché la marginalizzazione di un territorio non avviene improvvisamente nel giorno in cui viene presentato un progetto definitivo.

Comincia molto prima, quando un territorio smette lentamente di essere pensato come baricentro di sviluppo e viene progressivamente collocato ai margini delle grandi direttrici infrastrutturali.
Ed è difficile non vedere come già durante la stagione della Giunta Zingaretti si sia progressivamente consolidata una direttrice politico-amministrativa orientata verso il nord della provincia, mentre il Cassinate continuava ad essere rappresentato da una classe dirigente troppo spesso ordinaria. Ordinaria non nel senso offensivo del termine, ma nel significato forse ancora più grave: incapace di uscire dalla semplice gestione quotidiana dell’esistente per costruire una vera visione territoriale lunga.

Perché qui non stiamo parlando soltanto di una stazione ferroviaria.
Stiamo parlando della ridefinizione futura degli equilibri economici, logistici e strategici del basso Lazio. Ed è probabilmente proprio qui il punto più debole di tutta la narrazione costruita attorno alle cosiddette “valutazioni tecniche”, perché si continua a raccontare queste scelte come se nascessero dentro una dimensione neutrale, astratta, quasi separata dalla politica, quando in realtà la tecnica, soprattutto nelle grandi infrastrutture strategiche, raramente precede l’indirizzo politico ma molto più spesso lo accompagna, lo interpreta e infine lo traduce in una forma formalmente sostenibile.

E se per anni nessuno ha realmente imposto con forza una visione alternativa centrata sul ruolo naturale del Cassinate — nodo ferroviario esistente, A1, università, area industriale, posizione baricentrica tra Lazio, Campania, Molise e Abruzzo — allora forse il problema non è soltanto dove verrà costruita la stazione TAV. Il problema è quando il Cassinate abbia smesso di essere considerato strategico.
Ed è qui che emerge un altro passaggio politicamente delicatissimo: quello delle opere compensative.

Perché nel momento stesso in cui un territorio smette di discutere della propria centralità infrastrutturale e comincia invece a trattare sulle compensazioni, sta già accettando implicitamente il proprio ridimensionamento.
Le compensazioni infatti arrivano quando una scelta viene ormai considerata irreversibile, quando il baricentro dello sviluppo è già stato spostato altrove e quando ad un territorio non viene più riconosciuta una funzione guida, ma semmai viene concessa una forma di riequilibrio per attenuare gli effetti della sua esclusione. Ed allora il rischio è enorme.

Perché mentre altri territori vengono proiettati dentro le future direttrici della mobilità e della logistica del centro Italia, il Cassinate rischia di essere accompagnato lentamente verso una dimensione periferica amministrata attraverso opere compensative, qualche investimento di riequilibrio, qualche promessa di potenziamento secondario. Perché le compensazioni servono a gestire una perdita, non a costruire una centralità.

Ed è forse questa la domanda più amara che attraversa oggi il territorio: non chi governa adesso o chi governava ieri, ma se negli ultimi vent’anni sia davvero esistita una volontà politica forte, continua e trasversale capace di difendere il ruolo centrale del Cassinate dentro il nuovo assetto infrastrutturale del Paese.





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