Cassino, l'aula verde della San Benedetto: quando il passato ritrova le sue radici

A ruota libera: sulla traiettoria di viaggi ed idee - Una stanza che non è mai rimasta vuota. Il racconto di una cena di classe trent'anni dopo, dove l'autenticità dei bambini di ieri ha sconfitto lo scorrere degli anni. A differenza dell'IA, noi umani abbiamo il privilegio di invecchiare. Un viaggio tra i banchi di scuola e i quaderni a righe per riscoprire il fuoco che ci fa ardere

Cassino, l'aula verde della San Benedetto: quando il passato ritrova le sue radici
di autore Grazia Maria Sacco - Pubblicato: 23-06-2026 15:32 - Tempo di lettura 3 minuti

Qualche tempo fa mi è capitato fra le mani un articolo di Valter Veltroni, o meglio un’intervista , immaginaria e suggestiva, fatta a Claude, una creatura partorita dall’intelligenza artificiale, che non so perché, ho immaginato come una giovane fanciulla dal viso tirato ed eternamente giovane, che non le sue lunghe mani affusolate, laccate da qualche colore fluo del futuro, ancora inesistente, si spostava, di tanto in tanto, l’archetto che aveva collegato alle orecchie, e con il quale giocherellava ogni volta che doveva dare una risposta.

Quella sua voce, immaginata meccanica, ma al tempo stessa profonda, me la sono portata dentro per giorni, e mi ha solleticato un vortice di ricordi e connessioni, perché Claude, che sa tutto, ha incorporato dentro di sé miliardi e più di versi di autori, brani di canzoni, capitoli di storia di ogni continente;  che sa rispondere con rapidità impressionante ad ogni quesito scientifico e che , all’occorrenza, sa anche trasformarsi in psicoterapeuta tascabile ed in amico pronto ad ascoltarti, si rammarica di non essersi mai immersa nell’acqua salata del mare e di non sapere  che cosa sia il tempo.

Quell’unità di misura degli anni, dei mesi, delle ore e delle stagioni, che noi umani tanto malediciamo; che vorremmo posticipare; o regolare con una fantomatica e agognata macchina che ci riporti laddove esattamente pensiamo di esser stati meglio, e verosimilmente, anche più giovani. Quella clessidra meccanizzata e calibrata su un ritmo frenetico che scorre velocissimo, che, però, secondo Claude, ci dà l’urgenza delle scelte; la comprensione della dimensione di ciò che conta davvero; che ci induce, per forza di cose, a delle scelte e anche, spesso, alla cura, perché sappiamo che ciò che ci scorre fra le mani non è durevole ed amarlo, nel tempo in cui lo abbiamo in concessione, amarlo per quanto più sappiamo farlo, diventa l’unica resistenza intelligente ad una soccombenza già scritta.

Così mi sono detta quanto del tempo già vissuto, che mi era passato rapido fra le mani, fosse ancora lì, dietro la mia nuca, a resistere, ad essere diventato altro, pur conservando l’origine della partenza. Ho pensato, nell’epoca del pc tascabile,  dei tasti che ora sto pigiando, ai quaderni a righe che Suor Caterina e  la maestra Midolo mi facevano compilare, stando attenti all’ordine, a non  fare sbavature ma anche a riempirli di quella fantasia che mi hanno sempre stimolato: e mi accorgo, con un misto fra sorpresa e tenerezza verso la memoria e la sua inattesa cura di custodia,  che se chiudo gli occhi quella stanza enorme, l’ultima del corridoio, con  banchi verdi, gli armadi grigi e l’attaccapanni vicino la porta, sono ancora lì, dove li avevano lasciati.

Così, facendo un po' come Claude, che immagina e vive tutto nel virtuale, mi intrufolo in quella stanza, quasi con la paura di trovarci nuovi alunni; nuove maestre e che qualcuno si accorga di me intrusa, ormai adulta, ormai fuori massimo tempo e mi cacci via brutalmente.  Invece non c’è nessuno; un silenzio quasi sacrale segna quel mio oltrepassare il confine del tempo e starci così dentro che ad un tratto, invece, la stanza si popola di quei bambini che ero io e i mie compagni delle elementari San Benedetto; lo vedo Marco, che si rotola imperterrito a terra; dietro ai banchi più grandi Sabina pare pettinarsi i capelli mentre Marialucia le parla: le più alte, e forse, che ricordi, anche le più brave, ma poi mi giro e vedo Agnese alla lavagna che sta segnando chi parla in assenza della maestra, mentre gli occhi chiari e grandi di Valentina si soffermano sulla lettura di una pagina di un libro con la copertina di plastica, di quelli bianchi che foderavamo ad inizio ogni anno.

C’è la campanella  dell’intervallo e allora ci mescoliamo; così Andrea ed Emanuele, i più grandi, che paiono essere già alle medie e che c’hanno già quasi gli addominali pronunciati, si avvicinano a Dino e Massimiliano, che hanno gli occhi timidi e si siedono sempre vicino ad Antonio; poi ad un tratto siamo su un pullman e cantiamo a squarciagola, mentre Chiara indossa il suo piumino rosso, di velluto o stoffa, uno di quelli oggetti che noti come prima manifestazione della tua propensione alla vanità; Enrica è con la sorella più piccola a dividersi fra le giostre; Valentina V. si muove come sempre come fosse una contorzionista ( le avrei voluto sempre chiedere, in effetti, come facesse a muoversi in modo così snocciolato)  e Francesco e Vassilios stanno sempre in piedi, invece di sedersi sui sedili; Diego, invece, è inseparabile da Pierluigi e non capisco dove inizia a parlare l’uno e finisce l’altro, se non fosse che il primo ha un casco biondo di capelli e l’altro è moro come la pece, mentre Francesco, quello venuto dal Nord, pare già un anticipo di uno di quei poeti maledetti francesi ( Baudelaire), con quell’aria intellettualmente “malinconica”.

Ma è tutto così nitido e ancora vivo, che forse mi spiego perché la sera di un mese fa a ritrovarci tutti , cresciuti e fuori da quei banchi ormai, ognuno con una vita organizzata fra ruoli personali e professionali, non c’è stata alcuna patina di qualcosa di andato che stava per essere riproposto in ritardo; era come se da quella stanza della nostra scuola delle elementari qualcosa di noi bambini si fosse mantenuto intatto, tanto da attraversare quegli anni di distanza senza perdersi:  forse si può chiamare ingenuità, la parte più pura che sai di aver condiviso con chi ha visto l’espressione della tua più emblematica autenticità.

Quei noi bambini erano troppo spensierati e nuovi alla vita per poter usare quegli stratagemmi, in parte altrettanto innocenti, che la vita ti insegna ad usare quando il peso delle paure necessità di qualche giocata d’azzardo; così non mi ricordo mai di prese in giro che diventassero gogne o di caratteristiche fuori dal coro che abbiano indotto alla esclusione.

Quel tavolo della pizzeria ci raccoglieva esattamente come eravamo alle feste di compleanno in caserma di Marco, complici e capaci di affidarci l’uno all’altro, tanto da raccontarci con naturalezza anche in qualche spigolo o disavventura che la vita ci ha posto davanti: ho compreso, quindi, quello che intendeva Claude.

La sua nostalgia per un tempo di cui non potrà mai sentire la mancanza perché lei è programmata per non averlo un tempo e così muore e nasce nello stesso secondo in cui viene impiegata; non sarà mai anziana, ma neanche mai fanciulla;  non saprà cosa sia crescere in un corpo ed una mente adulta, e pure conservare un posto bianco nel cuore, che mi immagino come il Deserto del sale che ho visto in Bolivia: sopra quel bianco così spesso, più della neve, ci brillava tutto; ci risaliva il colore del fondale e ci si poteva specchiare.

Io l’ho fatto quella sera con i miei compagni di classe e mi sono ricordata che sono stata felice anche durante quel tempo di infanzia che ha avuto qualche nuvola, di cui io, seduta su quei banchi, mi sono dimenticata. E allora è vero che della felicità devi essere capace di farne un mosaico; non starla li ad acchiappare e volerla tutta intera, ma saperne coglierne i pezzettini disseminati lungo il tuo cammino; cucirli insieme, usare il ricordo come collante, perché quello che puoi ricordare sarà per sempre tuo.

Ps: ho letto D’Avenia nelle pagine del Corriere e ha detto qualcosa che mi è risuonato dentro come una grande verità: alla fine della scuola non contano i voti che qualcuno ci ha dato, ma se siamo riusciti a rintracciare quel fuoco per cui ardiamo e quel” talento” per cui siamo nati: nei miei compagni ho visto appagamento e ho riconosciuto lo stesso guizzo, segno che forse il tempo ci ha mantenuto così intatti nello spirito perché siamo riusciti ad essere esattamente chi volevamo essere, facendo diventare albero la nostra radice. 





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