"Iniziate pure senza di me, il treno è in ritardo". Se sui binari si perdono pezzi di vita

Rubriche - Non il racconto delle proteste e delle folle sotto i tabelloni delle stazioni, ma la storia delle vite messe in pausa: questo si cela dietro gli infiniti ritardi e il silenzio delle istituzioni. Il tempo che viene rubato alle cene con gli amici, ai momenti con la famiglia e perfino alle visite mediche. Trenitalia nei suoi annunci dovrebbe suggerire di prestare attenzione nel momento in cui si sale sul treno. Quando si scende, fortunatamente, il peggio è passato

"Iniziate pure senza di me, il treno è in ritardo". Se sui binari si perdono pezzi di vita
di autore Silvia Griffo - Pubblicato: 18-09-2026 10:40 - Tempo di lettura 4 minuti

Quando si raccontano i disagi di chi viaggia in treno, le immagini sono sempre le stesse: volti stanchi, gente seduta a terra, corpi accasciati sulle valigie, pollici che scrollano all’infinito app in cerca di notizie che non arrivano, telefoni all’orecchio per l’ennesimo “Iniziate pure senza di me, il treno è in ritardo”, gente ammassata sotto i tabelloni in attesa dell’apparizione del numero del binario.

E uso il termine apparizione di proposito: sembriamo tutti Bernadette davanti alla Grotta di Massabielle, pronti a gridare al miracolo: “Parte dal 19!! Binario 19!!”. E la corsa al posto sul vagone sembra più un assalto alla diligenza in stile spaghetti western.

Poi c’è la categoria di quelli che non leggono il tabellone, lo decodificano. Sono gli Alan Turing su rotaia, l’evoluzione darwiniana del pendolare: “Se il regionale per Minturno è al binario 17, significa che il Velletri sta già impegnando lo scambio al km 4.

Ma attenzione: alle 18:13 hanno annunciato 20 minuti di ritardo per accertamenti tecnici sulla linea, quindi applicando la costante di Planck al traffico dei Frecciarossa, il nostro binario verrà annunciato esattamente alle 18:31 al 20. Prepariamoci a scattare.”

E invece no, binario 29. Perfetto, a dieci chilometri da tutto. Partirà cinque minuti dopo l’annuncio e lo prenderà al volo solo chi ha vinto l’ultima edizione della Spartan Race.
Ma sapete cosa manca in questo racconto, cosa non vedrete mai? Il tempo. Il tempo rubato e, con esso, gli impegni, le occasioni, gli incontri, le esperienze che non torneranno più.

Ci vengono sottratte. Trenitalia si arroga il diritto di decidere del nostro tempo senza mai fornire la benché minima spiegazione. I pendolari non sono una categoria astratta: sono persone.

Nessun servizio televisivo o articolo di giornale potrà mai mostrarvi le conseguenze dei puntuali — quelli sì — ritardi alla circolazione su rotaia: la sedia deserta alla cena di famiglia, la poltrona del cinema rimasta inoccupata, il lettino inutilizzato in uno studio medico, il banco vuoto a un concorso pubblico, la cattedra spoglia in un’aula scolastica, il tavolino sguarnito del bar per la partita di coppa, la postazione vacante all’università, la scrivania incustodita in ufficio o il posto lasciato in bianco a una cena tra amici. 

Queste dovrebbero essere le immagini da mostrare quando si parla dei disagi dei pendolari: eventi, ricorrenze alle quali non abbiamo preso parte o impegni non rispettati. E non perché abbiamo spontaneamente scelto di non esserci o perché sciattamente ci siamo alzati tardi la mattina, no. 

Quelle situazioni, che non si ripeteranno mai più, non hanno visto la nostra presenza perché Trenitalia non ce lo ha concesso. Ha scelto per noi. Si è presa il nostro tempo.
Secondo il rapporto Pendolaria di Legambiente, siamo 2.538.000 a muoverci giornalmente con i treni regionali. Ogni giorno due milioni e mezzo di persone non sanno se e a che ora partiranno, e se e a che ora torneranno a casa.

Per fare un esempio, lo scorso giovedì io stessa ho chiesto ospitalità a una cara amica che vive a Roma. Non sono tornata a casa perché Trenitalia non me lo ha permesso.
Chi, a differenza mia, ha avuto più pazienza, più coraggio o sfortunatamente non aveva chi lo ospitasse, è rientrato a casa alle 02:00 del giorno successivo, per ripartire 5 ore dopo. E parliamo di persone che mediamente escono di casa tra le 06:00 e le 07:30 del mattino (dati ISTAT). 

La totalità delle ore di permesso che utilizzo è solo e soltanto per i disagi della rete ferroviaria. Se arrivo tardi in ufficio, è a causa di Trenitalia. Solo questa settimana ne ho già dovute utilizzare 2. Una martedì e una mercoledì. 

Dietro i treni soppressi e i numeri, anche a tre cifre, dei minuti di ritardo dei convogli, ci sono 2.538.000 storie, ricordi che avrebbero dovuto nascere e che invece non hanno mai visto la luce, momenti custoditi soltanto nell’attesa di chi non ci ha visto arrivare. 

Ci sono io (Silvia), che lo scorso martedì avrei voluto partecipare a un incontro con Giovanna Botteri, c’è Alessia, arrivata al compleanno della nonna a candeline ormai spente, Maurizio, che ha dovuto annullare l’appuntamento dal fisioterapista, Roberta, costretta a saltare la lezione all’università, Maria, che ha perso la visita dall’endocrinologo, Fabio, che ha visto vanificarsi mesi di studio e investimenti per un concorso che avrebbe potuto cambiargli la vita, senza nemmeno riuscire a sedersi al banco per la prova scritta.

Oltre a essere lavoratori, lavoratrici, studenti e studentesse pendolari, siamo persone con famiglie, amici, passioni, impegni, e ogni giorno ci vediamo rubare la risorsa più preziosa che esista: il tempo da dedicare ai nostri affetti, alle nostre vite. Non pensate che si tratti solo di un disservizio logistico: è molto peggio, è l’imposizione di una vera e propria limitazione della libertà personale e della qualità della vita. Non si tratta solo di minuti accumulati sui tabelloni, ma di frammenti di vita irripetibili.

Di opportunità sfumate per sempre. Quando il prossimo servizio giornalistico inquadrerà un tabellone con centinaia di minuti di ritardo, sforzatevi di non vedere solo una cifra: osservate meglio, ci vedrete delle vite messe in pausa. Ci leggerete quanto poco valga, per chi gestisce questa rete, il tempo di due milioni e mezzo di persone. 

E chiedetevi anche dove finisca la solidarietà del Ministro, mai espressa di fronte ai disagi quotidiani per i quali non si è mai degnato di fornire una spiegazione, e intendo una spiegazione valida, non certo la leggenda del chiodo conficcato in un cavo, è arrivato Re Artù! Solidarietà che, tra una sagra e l’altra, ripropone solo quando deve delegittimare chi sciopera, strumentalizzando le nostre peripezie per la sua pastura elettorale per menti semplici.

Lo sciopero è un diritto garantito dalla nostra Costituzione, non la scusa per la propaganda-show su TikTok. Concludo con un suggerimento; tra i tanti gracchianti annunci che passano sui treni, uno in particolare mi fa sorridere. Ci ricorda di prestare attenzione nel momento della discesa dal treno. Ecco, forse andrebbe rivisto. Trenitalia dovrebbe suggerire di prestare attenzione nel momento in cui si sale sul treno. Quando si scende, fortunatamente, il peggio è passato.





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