Cazzullo a Roccasecca, la lezione di San Francesco: è nei paesi che possiamo salvarci

Opinioni - Una serata di cultura diventa occasione per interrogarsi sul presente e sul futuro. Perché salvare i paesi significa anche difendere relazioni, identità e umanesimo. Una piazza torna luogo di incontro e di ascolto. Dal messaggio francescano alla sfida dell’intelligenza artificiale, passando per lavoro, ambiente e guerre: riscoprire le comunità per non dimenticare cosa significa essere umani

Cazzullo a Roccasecca, la lezione di San Francesco: è nei paesi che possiamo salvarci
di autore Grazia Maria Sacco - Pubblicato: 05-10-2026 15:19 - Tempo di lettura 5 minuti

Poco prima che Aldo Cazzullo fa il suo ingresso nella piazza di Roccasecca, mentre mi faccio largo fra un cospicuo gruppetto di gente, sento un’insolita emozione attraversarmi , caratterizzata dalla consapevolezza che qualcosa del passato, in quel momento, in quella piazza, sta per essere recuperato e messo a lustro.

Così mi viene in mente che non saprei dire da quanto tempo non assisto ad un evento in piazza, che sia un dialogo ed un incontro; da quanto non ho il pretesto e l’occasione per sedere vicino a qualcuno che non conosco, sorridergli e scambiare due chiacchere estemporanee, e perfino dirigermi al bar che affaccia sulla folla per chiedere con gentilezza di prestarmi due sedie, per me e la mia amica, rimaste in piedi e ricevere una risposta altrettanto cortese e densa di quella disponibilità che fa molto “buone maniere” che stanno scomparendo.

Questa è la cornice che ospita Aldo Cazzullo, la piazza di quello che il Sindaco di Roccasecca indica come un borgo che ha esteso le sue radici; le ha saputo mettere a nuovo ed è consapevole che alcuna evoluzione può prescindere da una tradizione che resiste e tramanda lei stessa quella cellula che diventa futuro. 

È la modernità stessa che ha bisogno del passato, per inventarsi l’oltre in cui è proiettata: perciò abbiamo ancora bisogno del latino e del greco per ragionare, per coltivare un pensiero, per non restare in superficie: sono cambiate le parole che formano una frase e che esprimono un concetto, ma l’impalcatura dello stesso, l’architettura che sorregge la curiosità umana, e che funge da antidoto all’ignoranza, resta nei capisaldi dell’antico. 

Per questo quando la voce possente e autorevole di Cazzullo si impone sul palco, la piazza riguadagna immediatamente la sua veste di centro di incontro e di ascolto, e d’un tratto ci scordiamo dentro la borsa o in fondo alla tasca del pantalone quell’aggeggio così utile e terribile che presagisce, secondo lo scrittore, un avvenire in cui avremo robot al posto dei corpi ed un’intelligenza artificiale al posto della mente. 

Pronti per obbedire alle macchine e per essere annichiliti come essere umani unici e portatori , ognuno, di un valore insostituibile, cifra di un’identità sempre più in crisi, che San Francesco, patrono di Italia, scomparso ottocento anni fa, estimatore del domenicano San Tommaso, ha posto all’attenzione del suo pensiero, che ha attraversato secoli di storia e differenti luoghi, per essere sempre attuale e sempre, quasi, in anticipo rispetto a ciò che sarebbe accaduto. 

Cazzullo visita Roccasecca dieci anni dopo Umberto Eco ed entrambi, nei loro discorsi, sottolineano come il denaro, nella vita delle persone, da mezzo sia diventato scopo fino a renderli schiavi: quella schiavitù che San Francesco riesce a rompere fino al punto da allontanarsi dal suo stesso padre, liberarsi di tutti i suoi averi e perfino del suo cognome, per ideare una regola di vita che fosse imperniata sul bastare a se stessi, sul non essere sottomesso ad alcuna tentazione materiale e consegnarsi a quello che sua madre medesima intuisce essere un destino straordinario. 

Talmente straordinario che sarà lei a farlo fuggire dalla prigione in cui il padre lo aveva relegato, compiendo il gesto d’amore più difficile e nobile per una mamma: rinunciare a proteggerlo dall’ignoto e ad averlo accanto a sé per poter donare quel suo talento, di cui è stata la prima testimone, al mondo che avrebbe percorso e raggiunto con la acutezza e lungimiranza del suo pensiero. 

Tanto che di San Francesco, sebbene sia vissuto nell’epoca dei comuni, dei mercanti di stoffa e dei banchieri, ancora molto lontano dall’ Italia unita, si dice che sia stato il primo italiano: perché per primo inventa il presepe vivente, simbolo della natività che crea connessione in ogni parte del paese; compone il cantico delle creature in volgare umbro, una delle prime e più alte testimonianze poetiche della nascita della lingua italiana; appella gli animali e la natura come sorella e fratello;

rappresenta il Vangelo come fosse un’ opera teatrale, tratta le donne da pari a pari, rispettando i carismi femminili e rapportandosi alle stesse come interlocutrici dirette (tre sono le donne che dirigono la svolta della sua vita: sua madre, che lo livera dalla prigionia del padre; Santa Jacopa dei Settesoli che gli fa incontrare Papa Innocenzo III e Santa Chiara, infine, con la quale condivide vocazione e missione cristiana), ma soprattutto, rivelandosi precursore dell’umanesimo italiano, in cui l’uomo è al centro in un rapporto diretto con Dio; difende gli ultimi, abbracciando i lebbrosi, i poveri, i fragili, quelli che la società ghettizzava ed escludeva. 

San Francesco, quindi, nel solco di quella che è stata la sua storia di rinuncia e carità concreta, è assolutamente contemporaneo rispetto alle sfide che ci riguardano: nell’epoca dei maxi licenziamenti delle grandi industrie; degli indotti che vanno in crisi e degli operai che lavorano a singhiozzo,

la parola di San Francesco diventa monito quando richiama la necessità che ad essere giustamente retribuito, secondo salari equi e proporzionali, sia il lavoro e quello che ciascuno fa con le proprie forze e le proprie mani, piuttosto che ricoprire d’oro titoli e autorità, che siano diretto riflesso della sete di potere; nel tempo del cambiamento climatico e delle speculazioni ambientali, ci canta dell’utilità e preziosità dell’acqua; della necessità armoniosa del cambio delle stagioni, per il tempo nuvoloso e quello sereno, perché ogni stagione da sostentamento alle creature e madre terra ci governa dando frutti diversi;

nel momento delle guerre che imperversano e feriscono a morte, San Francesco, che ha ispirato i più grandi letterati e artisti come Petrarca, Boccaccio, Dante Alighieri, Giotto, Amerigo Vespucci ed Alessandro Manzoni, fino ad Alcide De Gasperi, rivive nel Cardinale Pizzaballa, in prima linea nella difesa e nel supporto della popolazione di Gaza, entrando nel territorio subito dopo il bombardamento della parrocchia della Sacra famiglia nel luglio 2025;

ma San Francesco è anche nel particolare onore che viene riconosciuto alle forze armate italiane nelle missioni di pace, capaci di entrare davvero in relazione con l’altro e lo “straniero” perché custodi di una rara empatia, quella, che ogni volta che vado in giro per il mondo, mi fa tornare a casa orgogliosa di essere italiana perché quelli che emigrano da noi tornano da dove sono giunti “raccontando sempre belle storie di umanità”: questa la frase ultima che ho sentito da Charid questa estate in Marocco, e davanti alla storia di San Francesco magistralmente narrata e mimata da Cazzullo, nel venirmi in mente questo aneddoto, quasi mi commuovo. 

Perché è vero che “di uomini come Francesco ne nasce uno ogni mille anni; duemila anni fa abbiamo avuto Gesù; nel millennio precedente avevamo avuto Buddha e in quello successivo San Francesco; e forse se non diamo retta a quest’ultimo per l’umanità potrebbe essere l’ultimo”, come dice Cazzullo;

ma io credo che l’unico modo per salvare l’umanesimo che il Santo ci ha donato, insegnandoci che è dandosi alla vita con generosità che si riceve, è coltivare quel senso di comunità che germoglia nei paesi, quelli che ha detto bene il Sindaco Giuseppe Sacco non vanno abbandonati perché è nei paesi, quelli in cui ci si conosce per nome o soprannome; quelli dalle strade battute più e più volte; quelli della condivisione improvvisata davanti ad una chiesa o attorno ad una piazza, che non ci si dimentica cosa significa essere umani.

 E come disse Franco Arminio, che mi piace pensare come un altro erede francescano, “i paesi si salvano con gli occhi. Prima bisogna guardarli, come un uomo giovane guarda una donna bellissima.

Poi viene il resto: accogliere i turisti, coltivare, allevare, curare gli infermi, educare i bambini al paesaggio. Stare in un paese è camminare all’aperto, è vedere le cose e le persone che stanno fuori”. Salvare un paese è ospitare la voce e la saggezza di Cazzullo; è cibarsi di poesia; è aprire le porte chiuse alle politiche serie, alle amministrazioni competenti, ai saperi e agli stimoli. 

Perché San Francesco lo ha detto bene: “ Cominciate con il fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”; così non è chi salverà i paesi ( e l’umanesimo) che ci dovrà interessare, ma come proveremo a farlo, senza scorciatoie.





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