Opinioni - Oltre l'emergenza Stellantis, la crisi di scuola e sanità richiama la necessità di costruire una nuova e salda umanità: la tradizionale manifestazione di Isola del Liri consente di dare una voce unitaria al mondo del lavoro e dei giovani e all’intera società
di Ermisio Mazzocchi*
Primo Maggio. Una giornata dedicata al “lavoro”, festeggiata in tutto il mondo dal 1890 eccetto che negli Stati Uniti d’America. E questo per un motivo che si intende ricordare.
Il primo maggio del 1886 l’American federation of labor, una federazione di sindacati, per ottenere la giornata lavorativa di otto ore proclamò uno sciopero cui aderirono 350 mila lavoratori. Ci furono scontri e morti. Un giorno che si volle dimenticare.
Fu l’Internazionale socialista nel 1889 a scegliere, in memoria di questi fatti, il Primo Maggio come giornata di celebrazione mondiale di lotta di classe e festa dei lavoratori. Gli Stati americani conservatori, per cancellare quel triste evento, individuarono una data alternativa per celebrare il lavoro e i lavoratori e istituirono per il primo lunedì di settembre una sorta di festa generale, il Labor day, che i sindacati definirono un surrogato del Primo Maggio.
Questa decisione significò la volontà di isolare il sindacato americano dall’Internazionale socialista. Sono trascorsi 136 anni dalla prima celebrazione del Primo Maggio e noi continuiamo a festeggiare questa ricorrenza per tener fede alla memoria e ricordare come il lavoro sia alla base del progresso dei popoli, garanzia di migliori condizioni di vita e affermazione di diritti e democrazia.
Gli unici anni in cui non si celebrò il Primo Maggio fu durante il periodo fascista, quando si abolì la ricorrenza perché espressione di quelle ideologie che contrastavano con i principi di un sistema autocratico e illiberale. Purtroppo quest’anno noi festeggeremo il Primo Maggio in un clima di forti tensioni internazionali, di guerre, di invasioni, di crisi. Le azioni sconsiderate di Trump, di Netanyahu e di Putin, la debolezza dell’UE e altre cause hanno prodotto una instabilità e una precarietà per milioni e milioni di lavoratori in tutto il mondo.
Sono questioni che possono avere risposte diverse a seconda dei fini che ci si propone e delle prospettive che si scelgono in un ambito non eludibile, come quello dell’economia globale e dello stesso lavoro globale. Una condizione che non ha unificato, ma ha parcellizzato il lavoro. Le multinazionali che gestiscono le reti della produzione globale, in cui i singoli segmenti della produzione, prima di tutto la mano d’opera, vengono trasferiti nei luoghi in cui costano meno, sono i moderni artefici dell’emarginazione di milioni e milioni di persone, dello sfruttamento, degli squilibri territoriali.
L’Italia è tra i paesi più a rischio. Le condizioni dei lavoratori sono sempre più precarie e peggiorano di giorno in giorno. I salari sono i più bassi d’Europa, la produzione non cresce e se è aumentato il numero degli occupati, sono diminuite le ore lavorative, il che vuol dire che ci troviamo di fronte a un lavoro che si può definire povero.
Le aziende assumono perché pagano poco e fanno in molti casi contratti di poche ore lavorative. C’è un impoverimento dell’intera società e si ampliano le disuguaglianze. Questa situazione è diventata più drammatica dove è mancato uno sviluppo industriale o dove assistiamo alla desertificazione industriale, come è avvenuto nella provincia di Frosinone. Qui nel 2026 il reddito disponibile pro capite delle famiglie è di euro 15.972 – la media nazionale è di 23.972 -, il che colloca la Ciociaria in coda alla classifica, 102ma su 107 province.
Altri dati, come la chiusura di imprese, in particolare quelle dell’edilizia, del commercio al dettaglio, la contrazione delle imprese di autotrasporto con la perdita di 142 unità, la denalità con gravi effetti sulla scuola (nel 2025/26 in Italia ci saranno 134 mila studenti in meno e una riduzione di 5.667 docenti), la sanità in enormi difficoltà, l’alto tasso di disoccupazione, ci portano a ritenere che questa provincia sia arrivata al limite della sue possibilità di sopravvivenza, colpita come è dal restringimento delle attività produttive e dalla sofferenza causata da una pessima qualità della vita.
La vicenda Stellantis ci dà l’idea di quanto sia profonda la crisi industriale e quanto siano devastanti gli effetti sull’intera economia provinciale. Significative, diffuse e forti sono le voci di protesta di fronte a tale situazione. Anche la tradizionale manifestazione di Isola del Liri del Primo Maggio si inserisce in questo contesto. Essa consente di dare una voce unitaria al mondo del lavoro e dei giovani e all’intera società, un messaggio rivolto a offrire una prospettiva di progresso e di rinascita.
Una manifestazione che lascia tuttavia qualche perplessità. Benché si svolga in una città di antiche tradizioni democratiche e progressiste, sembra che quest’anno essa non abbia lo stesso significato e valenza che ha avuto nel passato. Isola del Liri, che è stata sempre governata, sino a ieri, da sindaci di solida fede democratica, ha oggi un sindaco iscritto di recente a FdI e pertanto espressione di una destra becera, oscurantista e incapace che sta portando il paese allo sfascio.
Se non si vuole che il governo di destra produca ulteriori danni, occorre battersi per una nuova politica, sostenuta dalle forze progressiste e democratiche, da una sinistra unita e soprattutto dal PD, da una coalizione in grado di aggregare le realtà sociali colpite dalla crisi e quelle del mondo imprenditoriale e associativo di questo territorio. Ridare voce e rappresentanza ai gruppi sociali più deboli, combattere le disuguaglianze, offrire una prospettiva alle forze produttive richiede un’azione di denuncia e un energico attacco, senza tentennamenti e timori, accompagnati da proposte rivolte alle questioni vitali.
Significa rielaborare una politica che attivi un impegno orientato a sconfiggere una pericolosa Destra e a dare al Paese e a questa provincia la speranza di un futuro migliore.Per tale motivo il Primo Maggio del 2026 dovrà avere un valore simbolico, che va oltre il mondo del lavoro. Esso dovrà rappresentare una presa di coscienza delle vie nuove da percorre per la conquista dei diritti fondamentali per le donne e gli uomini ed essere una spinta alla costruzione di una salda umanità.
*L'autore ci ha concesso il suo scritto, pubblicato sulla rivista UnoeTre.it
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