Opinioni - Il dato rilanciato da Cerquozzi è corretto, ma il racconto politico è incompleto: il divario viene da lontano e tra Roma e i servizi sanitari ci sono Regione e ASL
Le affermazioni dei politici riescono ancora a lasciarmi senza parole. Basito, si sarebbe detto un tempo; oggi, per mantenermi in sintonia con il lessico corrente, dovrei forse definirmi “resiliente” — sic! — anche se la resilienza, a rigore, dovrebbe cominciare dopo avere superato lo stupore. Questa volta la notizia arriva dalla città di Veroli e, forse per influenza dei suoi Fasti, assume subito una dimensione solenne. L’assessore Francesca Cerquozzi prende una cifra — 36,1 — e vi aggiunge un sostantivo maschile plurale che riempie la bocca mentre lo si pronuncia e spaventa mentre lo si ascolta: miliardi. Trentasei miliardi che “mancano” alla sanità italiana.
Il numero è corretto. È ciò che gli viene fatto dire a richiedere qualche spiegazione. Che cosa rappresentano quei 36 miliardi La cifra proviene da un’analisi della Fondazione GIMBE basata su OECD Health Statistics 2026. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana è stata pari al 6,2 per cento del PIL, contro il 7,1 per cento della media OCSE e dei Paesi europei considerati. La spesa pubblica pro capite italiana, calcolata a parità di potere d’acquisto, è stata di 3.952 dollari: 1.013 dollari in meno rispetto alla media europea. Tradotta in euro e moltiplicata per la popolazione residente, questa distanza produce la cifra di 36,1 miliardi.
Il divario esiste ed è rilevante. Ma quei 36,1 miliardi non sono stati sottratti al Servizio sanitario nazionale, non rappresentano un finanziamento promesso e poi cancellato e non sono un taglio disposto dall’attuale Governo. Indicano quanto l’Italia dovrebbe spendere ogni anno per portare la propria spesa sanitaria pubblica pro capite al livello medio dei Paesi europei dell’OCSE. Una cosa è misurare una distanza. Un’altra è spiegare quando si sia formata, perché sia cresciuta e come possa essere colmata. Una storia che non comincia nel 2022 Nell’intervento dell’assessore Cerquozzi manca la storia del dato.
Secondo la stessa Fondazione GIMBE, fino al 2011 la spesa sanitaria pubblica italiana pro capite era sostanzialmente allineata alla media europea. Successivamente il divario ha cominciato ad ampliarsi, raggiungendo già nel 2019 i 424 dollari per abitante. È cresciuto ancora durante la pandemia, quando altri Paesi hanno aumentato la spesa più rapidamente dell’Italia, e si è ulteriormente allargato tra il 2023 e il 2025.
L’Italia non è quindi diventata ultima nel G7 con il Governo Meloni. La serie storica attraversa un periodo nel quale si sono succeduti governi di centrodestra, governi tecnici, governi di centrosinistra e maggioranze trasversali. L’attuale Governo risponde delle decisioni adottate dal proprio insediamento e del fatto che nel 2025 la spesa sanitaria sia scesa dal 6,3 al 6,2 per cento del PIL. Non può però essere trasformato nell’autore esclusivo di una distanza accumulata in circa quindici anni.
Ricostruire questa successione non assolve nessuno. Impedisce soltanto che la cronologia venga adattata alla convenienza politica del momento. Più miliardi, ma una quota inferiore del PIL Il finanziamento nominale del Servizio sanitario nazionale è aumentato: da circa 126 miliardi nel 2022 è passato a 128,9 miliardi nel 2023, a 134 miliardi nel 2024 e a circa 136,5 miliardi nel 2025. Dire che non siano state aggiunte risorse sarebbe quindi falso. Ma sarebbe altrettanto incompleto utilizzare soltanto gli importi nominali per sostenere che il problema sia stato risolto.
L’inflazione, i rinnovi contrattuali, il costo dei farmaci, le nuove tecnologie e l’invecchiamento della popolazione possono assorbire una parte degli incrementi. Inoltre, se il PIL cresce più velocemente della spesa sanitaria, la somma stanziata può aumentare in miliardi e contemporaneamente diminuire in rapporto alla ricchezza nazionale. Le due affermazioni — “il finanziamento è aumentato” e “la spesa è scesa rispetto al PIL” — possono essere entrambe vere. Descrivono aspetti diversi della stessa realtà. Trentasei miliardi ogni anno: reperiti dove?
Affermare che finanziare adeguatamente la sanità sia una scelta politica è corretto. Ma una scelta politica diventa concreta quando indica anche dove reperire le risorse. I 36,1 miliardi stimati da GIMBE equivalgono a circa l’1,5 per cento del prodotto interno lordo italiano. Per comprenderne la dimensione basta confrontarli con la legge di bilancio approvata nel dicembre 2025 per il 2026, che valeva complessivamente circa 22 miliardi. Colmare in un solo anno il divario sanitario richiederebbe quindi una somma superiore di oltre il 60 per cento: più di una volta e mezza l’intera manovra finanziaria annuale. E non sarebbe una spesa irripetibile: dovrebbe essere finanziata nuovamente ogni anno.
Le possibilità sono note: aumentare le imposte, ridurre altre spese, recuperarestabilmente evasione fiscale, ricorrere ad altro debito nei limiti consentiti oppure accrescere la ricchezza prodotta dal Paese e, con essa, le entrate pubbliche. Si può legittimamente sostenere che la sanità debba avere la precedenza. Bisogna però indicare rispetto a quali altre voci: pensioni, difesa, incentivi alle imprese, agevolazioni fiscali, scuola, infrastrutture o riduzione del debito. Io dai politici, tanto da quelli che voto quanto da quelli ai quali non accorderei il mio consenso, mi aspetterei una maggiore concretezza — per usare un eufemismo. Indicare ciò che manca è semplice; spiegare dove trovare ogni anno 36,1 miliardi è il passaggio nel quale una dichiarazione politica dovrebbe diventare una proposta.
La ricchezza che non produciamo C’è poi una questione che la politica preferisce spesso evitare: la produttività italiana. Tra il 1995 e il 2024 la produttività del lavoro nei settori di mercato è cresciuta mediamente dello 0,3 per cento all’anno. Nel 2024 le ore lavorate sono aumentate del 2,3 per cento, mentre il valore aggiunto è cresciuto soltanto dello 0,4 per cento. La produttività è così diminuita dell’1,9 per cento.
Non significa che gli italiani lavorino poco o male. La produttività misura il valore generato per ogni ora lavorata e dipende da investimenti, tecnologia, competenze, organizzazione delle imprese, infrastrutture ed efficienza delle istituzioni.
Se la produttività ristagna, il PIL cresce lentamente. Se crescono lentamente PIL e redditi, aumentano lentamente anche le basi imponibili dalle quali lo Stato ricava le risorse per finanziare sanità, scuola e servizi pubblici. Nel frattempo la popolazione invecchia e il fabbisogno sanitario aumenta.
Chiedere di spendere 36 miliardi in più senza affrontare il problema della crescita significa indicare il bisogno senza spiegare come renderne strutturale il finanziamento. Da Roma a Frosinone manca qualche passaggio Cerquozzi trasferisce il dato nazionale direttamente sulla provincia di Frosinone: liste d’attesa, personale sotto pressione, ricorso al privato e cittadini costretti a spostarsi. Sono problemi reali e conosciuti. Nell’intervento pubblicato, tuttavia, non compare un solo dato provinciale che consenta di misurarli: tempi effettivi delle prestazioni, consistenza degli organici, mobilità sanitaria, rinuncia alle cure, bilanci della ASL o utilizzo delle risorse assegnate.
Il dato nazionale può spiegare una parte delle difficoltà, ma non dimostra automaticamente la causa di ogni disservizio locale. Tra lo stanziamento dello Stato e la visita ricevuta dal cittadino esiste una filiera istituzionale. Lo Stato determina il finanziamento complessivo e i livelli essenziali di assistenza. Le Regioni organizzano i rispettivi sistemi sanitari, programmano l’offerta e distribuiscono le risorse. Le ASL e le strutture ospedaliere devono trasformarle in personale, apparecchiature e prestazioni. Se saltiamo questi passaggi, ogni merito e ogni responsabilità finiscono per essere attribuiti al Governo nazionale. È una rappresentazione semplice, ma non corrisponde al funzionamento del Servizio sanitario.
Il Lazio offre un esempio concreto. L’amministrazione regionale guidata da Francesco Rocca ha dichiarato di avere ereditato nel 2022 un disavanzo sanitario di 132 milioni di euro e una proiezione negativa molto più elevata per l’anno successivo. La Corte dei conti non aveva parificato la parte sanitaria del rendiconto regionale 2022, rendendo necessaria una ricostruzione dei rapporti con fornitori, contenziosi e aziende sanitarie.
Non formulo accuse sulla gestione della Regione Lazio o della ASL di Frosinone perché, al momento, non dispongo dei dati necessari per sostenerle. Posso invece rilevare che i dati territoriali non compaiono nell’intervento di Cerquozzi e che, senza di essi, non è possibile attribuire le difficoltà della provincia al solo finanziamento nazionale. Il dato e la credibilità della politica Il sottofinanziamento relativo della sanità italiana è un fatto. Ma non basta a spiegare automaticamente ogni difficoltà della provincia di Frosinone. Tra lo stanziamento nazionale e la prestazione ricevuta dal cittadino intervengono la programmazione della Regione e la gestione della ASL.
Un politico dovrebbe cercare il consenso attraverso la credibilità delle proprie argomentazioni, non affidandosi all’effetto emotivo di una cifra isolata. Questo criterio deve valere per tutti, anche per coloro ai quali accordo il mio consenso. Indicare ciò che manca è semplice. Una proposta politica comincia quando si spiega dove reperire ogni anno 36,1 miliardi — oltre una volta e mezza l’intera legge di bilancio approvata nel dicembre 2025 — e come trasformarli in personale, strutture e prestazioni.
La politica può stabilire le priorità. Ma, se vuole essere credibile, deve ricostruire l’intera filiera delle decisioni, non soltanto il tratto che conduce al proprio avversario.
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