Opinioni - Da Francesco De Angelis alla crisi del polo dell'automotive: perché il campo progressista non può chiedere fiducia al frusinate e al cassinate senza fare i conti con vent'anni di governo e scelte mancate. La “rinascita” della Ciociaria non può essere un atto di fede
Nello Lo Hobbit, Bilbo non vince perché “appartiene” a qualcosa, né perché investito di una missione salvifica. Vince perché si mette in cammino, affronta rischi, assume responsabilità. Nella Terra di Mezzo il cambiamento non è un atto di fede, ma il risultato di scelte concrete e di un viaggio che si accetta di compiere fino in fondo.
La rappresentazione della provincia di Frosinone come “provincia di mezzo” — fragile, impoverita, segnata da disuguaglianze crescenti e da una progressiva perdita di capitale umano — richiama inevitabilmente quella metafora. Una fotografia che difficilmente può essere contestata, perché i dati parlano chiaro e il disagio sociale è sotto gli occhi di tutti. Proprio per questo, però, non può essere trasformata automaticamente in una promessa di salvezza affidata all’appartenenza politica.
Dal 2014, con la riforma Delrio, la Provincia non è più governata dal voto diretto dei cittadini, ma da un sistema di secondo livello fondato sugli equilibri tra sindaci e amministratori locali. Questo passaggio non è un dettaglio tecnico: ha modificato radicalmente il luogo reale delle decisioni e delle responsabilità. È su questo terreno — quello del potere esercitato e non solo rivendicato — che diventa inevitabile interrogarsi su chi, in questi anni, ha guidato quegli equilibri.
Dal 2000 ad oggi, la Provincia di Frosinone non è mai stata politicamente neutra: è stata governata, orientata e amministrata da precise maggioranze, in fasi diverse, secondo scelte che oggi chiedono di essere valutate. Fare finta che questa storia non esista equivale a chiedere fiducia senza rendiconto, futuro senza memoria e cambiamento senza responsabilità.
Se si invoca una svolta progressista per il futuro della provincia, non si può eludere il bilancio delle stagioni in cui il Partito Democratico ha esercitato un ruolo determinante negli equilibri provinciali. La fase post-Delrio ha avuto volti e responsabilità politiche precise. Tra questi, Francesco De Angelis, figura di primo piano del PD sul territorio, protagonista riconosciuto di quella stagione amministrativa. Non si tratta di personalizzare il giudizio, ma di applicare lo stesso criterio che vale in ogni cammino serio: valutare le scelte compiute, le priorità assunte e i risultati prodotti. La continuità senza valutazione non è rinnovamento: è rimozione.
A rendere il quadro ancora più problematico è l’idea, mai davvero messa in discussione, che il campo progressista sia portatore per definizione di una sorta di scienza politica risolutiva dei problemi. Un assunto che ha finito per sostituire l’analisi con l’autoreferenzialità e il confronto con l’autoassoluzione. In questa cornice rientra anche il ruolo delle organizzazioni sindacali, a partire dalla CGIL, la cui capacità di incidere sul declino del polo logistico e produttivo legato a FCA è stata, nei fatti, marginale. Non una strategia alternativa, non una vertenza territoriale strutturata, non una visione industriale capace di tenere insieme lavoro, innovazione e riconversione.
Basterebbe rileggere gli interventi — per molti versi imbarazzanti — dell’onorevole Carlo Calenda su questo tema per comprendere quanto il dibattito si sia ridotto a una sequenza di dichiarazioni tardive, prive di incidenza reale sui processi in atto. Anche qui, più che una capacità di governo, si è assistito a una rincorsa agli eventi, con il risultato di lasciare il territorio senza strumenti, senza prospettive e senza un’interlocuzione credibile nei momenti decisivi.
Se si guarda al merito delle scelte compiute, il bilancio non può essere nascosto dietro l’alibi della “riduzione delle competenze”. È vero che la Provincia ha perso visibilità, ma non ha perso la capacità di incidere su nodi strategici come edilizia scolastica, viabilità, pianificazione territoriale, coordinamento tra Comuni e interlocuzione con Regione e Governo. È proprio su questi terreni che il declino strutturale della Ciociaria si è manifestato senza un’inversione riconoscibile di tendenza.
Cassino, in questo senso, non è un’eccezione ma un caso emblematico. Una città industriale e universitaria che, pur disponendo di condizioni più favorevoli rispetto ad altri contesti, non è riuscita a esercitare un ruolo trainante per il territorio circostante. La crisi del lavoro, la precarietà diffusa, il rapporto irrisolto tra grande industria e città mostrano che il problema non è l’assenza di valori, ma l’assenza di una visione capace di tradurli in governo concreto.
Emblematico è anche il modo in cui, nella nostra provincia, si è iniziato a parlare di ZES. Non come esito di un percorso progettuale strutturato, ma solo all’indomani dell’inserimento delle Marche nella ZES, quando anche qui si è assistito a una levata di scudi tardiva, più reattiva che propositiva. Altrove è accaduto l’opposto: nelle Marche la ZES è stata costruita attraverso tavoli di lavoro, progetti concreti, scelte misurabili. Il risultato è stato l’inserimento della regione nella ZES, anche con risorse limitate, ma reali. A fare la differenza non è stata l’appartenenza politica, ma la capacità di governare i processi.
È questo atteggiamento che ritorna anche nella narrazione secondo cui basterebbe affidare, per principio, la soluzione dei problemi a un solo campo politico. Quando l’azione segue gli eventi invece di anticiparli, quando si reagisce alle decisioni altrui invece di costruirle, la politica smette di essere guida e diventa commento.
Qui sta il nodo politico irrisolto: non basta richiamarsi ai valori, né evocare genericamente il campo progressista. Senza una lettura autocritica di ciò che è stato fatto — e di ciò che non è stato fatto — l’invocazione del cambiamento rischia di apparire come una continuità mascherata, più che come una reale discontinuità. Chiedere fiducia senza rendiconto non è una proposta politica: è una rimozione della realtà.
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