Il muro degli Horti e il perimetro delle parole: quando il fatto diventa pretesto

Opinioni - L’imbrattamento omofobo e nostalgico a Porta Paldi non è solo un atto di infantilismo cerebrale da condannare, ma l'innesco di una narrazione che rischia di inghiottire posizioni e sensibilità estranee al fango. Difendere i luoghi significa anche rifiutare le etichette arbitrarie

Il muro degli Horti e il perimetro delle parole: quando il fatto diventa pretesto
di Dario Nicosia - Pubblicato: 26-03-2026 19:35 - Tempo di lettura 3 minuti

C’è un fatto. Ed è un fatto grave. Negli Horti di Porta Paldi qualcuno, la scorsa notte, ha imbrattato muri con scritte omofobe, richiami al Duce, simboli che non hanno bisogno di spiegazioni. Non è neppure il caso di nobilitarlo come atto “coraggioso” o “eversivo”. È qualcosa di molto più povero: infantilismo cerebrale. Una regressione del pensiero prima ancora che un’offesa ai luoghi. Fin qui, nessuna ambiguità. Ma poi c’è quello che accade dopo.E spesso è lì che si gioca la partita vera.

Perché un gesto resta un gesto finché non diventa racconto. E quando diventa racconto, cambia natura. Si allarga. Si carica di significati che vanno oltre il fatto. E soprattutto, comincia a parlare non più solo di chi lo ha compiuto, ma di un contesto, di un’area, di una città.
È qui che bisogna fermarsi un attimo.

Attribuire una matrice ideologica a un atto del genere può essere anche legittimo, sarà il lavoro di chi indaga chiarirlo. Ma quando, accanto al fatto, si iniziano a costruire connessioni più ampie — il clima, i valori, persino suggestioni che chiamano in causa eventi religiosi o dinamiche sociali — allora il rischio cambia. Perché il punto non è più solo individuare un responsabile. Diventa stabilire cosa quel gesto rappresenta.

E quando si stabilisce cosa rappresenta, inevitabilmente si costruisce un perimetro semantico. Un campo di significati dentro il quale il gesto viene collocato, interpretato, amplificato. Ma dentro quel perimetro non finisce solo chi ha scritto quelle frasi su un muro. Finiscono, a volte, anche posizioni, sensibilità, parole che con quel gesto non hanno nulla a che fare, ma che vengono attratte per prossimità, per contiguità, per comodità narrativa.

È un passaggio sottile. Quasi impercettibile. Ma è quello che trasforma un episodio in un’etichetta. Io non ho bisogno di difendere chi imbratta un muro. Non mi appartiene. Non mi rappresenta. Non mi interessa.

Ma sento il dovere di difendere una cosa più semplice e più importante: il diritto a non essere incluso, senza titolo, dentro un perimetro semantico costruito da altri. Il diritto a non essere trascinato dentro un racconto che allarga il fatto fino a farlo diventare qualcos’altro. Perché il problema non è il fango sulle pareti, ma quello che, con più eleganza, viene steso sulle parole.





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