CRONACA - Riccardo Pignatelli: "Cancellarlo significherebbe tout court che a partire dalla nuova Riforma i comportamenti illeciti da esso sanzionati sono del tutto spariti per sempre"

di Riccardo Pignatelli*
Non ho competenze giuridiche, quindi non affronterò l’argomento sotto tale profilo, ma desidero testimoniare dal vivo, essendo stato per molti anni funzionario e poi dirigente nella pubblica amministrazione, che questo reato ha una ratio ed una scaturigine ben precisa che bisogna ricordare.
Il legislatore lo introdusse per limitare l’abuso di potere nell’esercizio di funzioni pubbliche da parte di politici, funzionari e dirigenti nei rapporti con soggetti terzi.
Una sorta, insomma , di contrappeso al potere di gestione del procedimento da parte di chi è titolare di un ufficio, inteso come esercizio di funzioni di competenza.
E’ uno dei reati contro la pubblica amministrazione; cancellarlo significherebbe tout court che a partire dalla nuova Riforma i comportamenti illeciti da esso sanzionati sono del tutto spariti per sempre.
Al contrario, invece, l’eliminazione dell’art. 323 del cp potrebbe rendere l’abuso di potere in atti d’ufficio una pratica corrente, perché priva ormai di qualsiasi censura.

Sarebbe un peggioramento della qualità dell’azione amministrativa, proprio in un momento in cui si invoca da tutte le parti meno cattiva burocrazia, più trasparenza ed efficienza della pubblica amministrazione.
E non basta dire che una simile scelta è dettata dalla necessità di liberare i sindaci dal “cappio dell’azione giudiziaria” in caso di presunto abuso di potere, perché ciò equivale ad una sorta di liberi tutti in favore di chi invece dovrebbe sempre rispondere del proprio operato di fronte alla collettività ed ai destinatari delle decisioni o dei provvedimenti emanati.
Il nostro Paese, purtroppo, nella fase di formazione delle leggi soffre a volte di una sorta di emotività generale che condiziona gli stessi partiti e li spinge a visioni populistiche con il risultato di attenzionare il Parlamento su temi che richiederebbero valutazioni esclusivamente tecniche, in luogo di scelte politiche sommarie ed affrettate che poi non traducono quasi mai risultai reali per il cittadino, ma mettono solo al riparo dalle responsabilità soggetti che invece dovrebbero assicurare costantemente trasparenza e imparzialità dell’azione amministrativa della pubblica amministrazione.
Così si rischia di scadere in una sorta di “ spirito giacobino” che poco giova alla qualità delle leggi ed alla reale efficacia delle stesse rispetto agli obiettivi prefissati.
Nei miei 42 anni di lavoro pubblico ho assistito molte volte a comportamenti di funzionari e dirigenti ( per fortuna pochi rispetto alla pluralità) non proprio rispondenti allo spirito delle norme, che facevano della propria funzione un esercizio di potere, personificando il proprio ufficio e trascurando il Codice etico dei pubblici dipendenti.

Qualche volta ho sentito, in materia di rispetto della legge sul procedimento o di diniego di accesso agli atti: “…non mi importa, se non gli sta bene faccia ricorso!” , aggravando così la posizione del povero cittadino obbligato a trovarsi un avvocato ed a ricorrere al Giudice di competenza per avere quello che già gli spettava di diritto.
Contenzioso, poi, che spesso le amministrazioni perdono ed i cittadini pagano, con assoluta immunità ( dal punto di vista della valutazione di risultato ) di quel dirigente che ha generato la lite piuttosto che gestirla.
Ora, è chiaro che l’art. 323 del cp richiami ad una interpretazione autentica ampia e ad un’ applicazione complessa dello stesso che solo il Giudice può fare, ma se lo si toglie dall’armamentario ordinamentale del nostro sistema giuridico nessun tribunale potrà più intervenire e la famosa burocrazia cattiva che tutti non voglio alla fine ce la dovremo tenere più forte ed arrogante che prima.
, non possono essere perciò uno strumento per rendere immuni sindaci e funzionari dalle loro responsabilità difronte ai cittadini!
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