Attualità - Trascorsi ormai alcuni giorni dalla fine dell'evento Ornella Rodi, presidente del centro storico Monticelli, ricorda come questo non sia solo un gioco, ma un'occasione di risate, chiacchiere, divertimento e comunità, insomma, di vita "perché il Gonfalone finisce, ma il Gonfalone non passa mai davvero"
Sono trascorsi alcuni giorni dalla fine del Gonfalone. Il tempo necessario per mettere ordine nei pensieri, metabolizzare le emozioni e ritrovare quel contatto con la routine quotidiana che, a volte, serve per trovare le parole giuste e raccontare, così, a cuor leggero, cos’è davvero il Gonfalone di Caira.
A chi non lo vive, a chi lo guarda da fuori e lo pensa come una semplice manifestazione, può essere difficile spiegare perché, invece, sia tutt’altro. Perché il Gonfalone non comincia nei giorni della gara. Comincia molto prima.
Comincia pian piano, quando i libri si chiudono, suonano le ultime campanelle e l’estate entra nelle nostre giornate. Le vie e le piazzette di Caira iniziano ad animarsi di rionali che si ritrovano, sempre più numerosi, per provare, organizzare, pensare alle strategie e prepararsi ai giochi.
E allora capita di ritrovarsi a mezzanotte davanti a una spaghettata improvvisata, oppure di organizzare una cocomerata per cercare un po’ di sollievo dal caldo afoso. Si trascorrono così i due mesi più belli dell’estate, quelli che hanno il grande pregio di far uscire tutti di casa e di riempire le strade di risate, chiacchiere e voci.
Sono quelle voci a scandire il ritmo delle prove. Poi arriva il momento in cui ogni rione è pronto. Ognuno porta con sé la propria squadra, fatta delle persone più diverse, di generazioni differenti, di bambini, ragazzi, adulti e nonni. Persone che magari durante l’anno si incontrano appena e che, per il Gonfalone, diventano una squadra, un gruppo, una piccola grande famiglia.
E tutto comincia, come vuole la tradizione, con le quattro rappresentazioni dei rioni. Poi i giorni si susseguono e con loro arrivano i giochi. E, ancora una volta, il Gonfalone ci ha ricordato che nulla è mai davvero deciso fino alla fine. Anche quest’anno è stato così. Anzi, forse più che mai.
La classifica è rimasta incerta fino agli ultimi due giochi. Il mio rione è riuscito a conquistare la vittoria proprio grazie ai risultati degli ultimi due appuntamenti, quando ogni punto, ogni prova, ogni errore e ogni sorriso potevano cambiare tutto.
Ma proprio per questo la vittoria ha avuto un sapore ancora più bello. Perché i primi posti sono stati tanti. Perché tanti rioni hanno sognato, lottato, sperato e gioito. Perché il Gonfalone è stato avvincente fino all’ultimo momento.
E alla fine, però, c’è qualcosa che va oltre la classifica. Resta la soddisfazione di aver vissuto insieme un’estate diversa. Resta il ricordo delle serate trascorse in strada, delle prove, delle risate, delle discussioni, delle idee improvvisate, della stanchezza e della voglia di esserci comunque.
Resta soprattutto una comunità che, per due mesi, si è ritrovata, il Gonfalone è questo: è competizione, certo, è tifo, orgoglio e voglia di vincere, ma è anche appartenenza, amicizia, collaborazione e memoria. È una tradizione che riesce ancora a mettere insieme generazioni diverse e a farci riscoprire il piacere semplice di stare insieme.
E forse è proprio questo il vero significato del Gonfalone di Caira: non soltanto contendersi un trofeo, ma costruire, anno dopo anno, ricordi che resteranno. Adesso le strade sono tornate più silenziose, le prove sono finite e la quotidianità ha ripreso il suo posto.
Ma dentro ognuno di noi rimane qualcosa di quei due mesi. Una risata, una serata, un gioco, un abbraccio, una vittoria, una sconfitta, una persona incontrata lungo il cammino. E già sappiamo che, quando arriverà la prossima estate, tutto ricomincerà. Perché il Gonfalone finisce, ma il Gonfalone non passa mai davvero.