"La remigrazione non è la panacea di tutti i mali ed è un’operazione che non ha un risultato scontato"

Politica - Maria Palumbo PRC Frosinone: "Il tema richiede un confronto serio, lontano da slogan e semplificazioni, per valutare con realismo costi, effetti e sostenibilità delle scelte politiche che incidono profondamente sul tessuto sociale ed economico del Paese"

"La remigrazione non è la panacea di tutti i mali ed è un’operazione che non ha un risultato scontato"
di Redazione - Pubblicato: 02-03-2026 16:32 - Tempo di lettura 2 minuti

"La remigrazione non è la panacea di tutti i mali ed è un’operazione che non ha un risultato scontato. Ieri in città si è tenuta la raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare sulla cosiddetta “remigrazione”. Il termine, in origine, indicava il rientrovolontario degli immigrati nel Paese d’origine. Oggi, però, ha assunto una valenza politica ben più ampia, fino a comprendere piani di rimpatrio su larga scala, talvolta anche nei confronti di cittadini stranieri regolari o di seconda generazione".

A parlare è Maria Palumbo, del PRC di Frosinone, che spiega: "La proposta di legge “Remigrazione e Riconquista” prevede l’istituzione di un Programma Nazionale di Remigrazione con incentivi economici per il rientro volontario, percorsi di reinserimento nei Paesi d’origine e la sottoscrizione di un patto che vieterebbe il ritornoinItalia.

Contestualmente, vengono ipotizzate l’abolizione della programmazione dei flussi perlavoro, la soppressione della protezione speciale e un inasprimento delle regolesul ricongiungimento familiare. Parallelamente si prevede il rafforzamento della cittadinanzaiuresanguinis per gli italo-discendenti, senza limiti generazionali, e l’istituzione di fondi dedicati. L’impianto della proposta si fonda sull’affermazione che non esista un diritto intrinseco a migrare e attribuisce allo Stato un potere pieno di controllo su ingresso e permanenzadegli stranieri. Ma il punto centrale resta la concreta sostenibilità di un’operazione di rimpatrio su vasta scala.

Il costo medio di un rimpatrio si aggira intorno ai 3.700 euro: moltiplicato per centinaia di migliaia di persone, significherebbe una spesa miliardaria. Oltre al costo immediato, restano aperti interrogativi pratici: dove verrebbero collocate le persone in attesa del rimpatrio?Esistono accordi bilaterali efficaci con i Paesi di origine? Quali sarebbero le conseguenze economiche e sociali nel medio-lungo periodo? C’è poi un nodo strutturale spesso rimosso dal dibattito pubblico: una parte significativa della manodopera straniera, regolare e irregolare, opera in settori strategici dell’economia italiana, in particolare nell’agricoltura.

L’irregolarità, di fatto, alimenta un sistema di sfruttamento che consente bassi costi e maggiore competitività. In questo quadro, la remigrazione rischiadi restare uno slogan elettorale: troppo onerosa per essere davvero attuata e poco convenienteper chi beneficia dell’attuale assetto economico. Una prospettiva alternativa potrebbe essere quella di investire non sull’espulsione, ma sulla regolarizzazione e sull’integrazione lavorativa.

L’emersione dal sommerso e il pieno versamento dei contributi rappresenterebbero un beneficio per le casse pubbliche, imponendo però alle imprese di riconoscere condizioni economiche e contrattuali adeguate. Il tema richiede un confronto serio, lontano da slogan e semplificazioni, per valutare con realismo costi, effetti e sostenibilità delle scelte politiche che incidono profondamente sul tessuto sociale ed economico del Paese".





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