Il Referendum tra merito e simbolo: il ritorno dei Guelfi e Ghibellini

Opinioni - 'indebolimento della rappresentanza politica svuota il voto di contenuti: stiamo decidendo sulle norme o stiamo solo scegliendo da che parte stare?

Il Referendum tra merito e simbolo: il ritorno dei Guelfi e Ghibellini
di Dario Nicosia - Pubblicato: 20-03-2026 17:46 - Tempo di lettura 4 minuti

Nel dibattito di questi giorni ho avuto modo di ascoltare, in una trasmissione, un passaggio interessante di Sabino Cassese sulla natura mista del nostro sistema, fondato su democrazia rappresentativa e democrazia diretta. Non era una presa di posizione, ma un richiamo all’equilibrio complessivo dell’ordinamento: gli strumenti esistono, ma il modo in cui vengono utilizzati ne determina il peso reale.

Questo mi ha portato a una riflessione che vorrei condividere, anche per avere un riscontro. Perché è proprio su questo piano che si colloca il problema della campagna referendaria in corso. Una parte del fronte del NO ha scelto di impostare il confronto non tanto sul contenuto delle norme, quanto sul loro significato simbolico. Le parole pronunciate dal palco di Piazza del Popolo da Maurizio Landini — “votare NO per la libertà, per difendere la Costituzione” — non sono irrilevanti. Spostano il baricentro del discorso: non si discute più se una riforma sia tecnicamente condivisibile o meno, ma si introduce un giudizio di valore generale, che associa una scelta di voto a categorie ampie e difficilmente contestabili.

Un’operazione analoga si coglie nel richiamo all’Italia antifascista evocato dalla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein. Anche in questo caso, il riferimento non riguarda il merito delle disposizioni, ma il quadro simbolico entro cui il voto viene collocato. Il risultato è uno slittamento: il referendum non è più uno strumento per esprimersi su norme specifiche, ma diventa un momento di identificazione politica.

Ma il problema non si esaurisce qui, e sarebbe riduttivo attribuirlo a un solo schieramento. In questa campagna referendaria si è visto un altro elemento, meno evidente ma altrettanto rilevante: la tendenza, da entrambe le parti — e forse in misura ancora maggiore nel fronte del SÌ — a svolgere il confronto in contesti chiusi, tra interlocutori già convinti, dove le rispettive posizioni venivano ribadite più che spiegate.

Si è parlato molto, ma spesso tra gli stessi. Il cittadino, che dovrebbe essere il destinatario naturale di uno strumento di democrazia diretta, è rimasto sullo sfondo. Non gli è stato chiesto di comprendere, ma di aderire. Non è stato messo nelle condizioni di valutare tecnicamente le ragioni delle diverse posizioni, ma di riconoscersi in esse.

In questo quadro si inserisce anche un elemento che merita attenzione, e che riguarda il rapporto tra rappresentanza politica e dinamiche del consenso. Quando la rappresentanza si indebolisce — perché fatica a spiegare, a mediare, a tradurre in termini comprensibili scelte complesse — si apre uno spazio che viene facilmente occupato da logiche più elementari. Non è un fenomeno nuovo. La nostra storia conosce bene forme di contrapposizione che semplificano il reale: dai conflitti tra guelfi e ghibellini alle rivalità dei comuni medievali, fino all’immagine, quasi simbolica, dell’arena del Colosseo, dove la partecipazione si esprimeva come reazione, più che come giudizio.

Non si tratta di dire che nulla sia cambiato, né di ridurre il presente a una ripetizione del passato. Ma di riconoscere che, quando il confronto si impoverisce, riemergono forme di appartenenza che semplificano la scelta e la rendono immediata.
In questo senso, il referendum rischia di diventare il luogo in cui queste dinamiche trovano una sintesi: non più valutazione di un testo, ma riconoscimento in uno schieramento. In questo vuoto si inserisce un meccanismo prevedibile. Se manca la spiegazione, subentra l’appartenenza. Se manca il merito, prende spazio l’identità.

Così il voto tende a diventare una scelta di campo, più che una decisione consapevole. Questo tipo di impostazione produce due effetti. Il primo riguarda il modo in cui si forma il consenso. Se il voto è orientato da categorie generali — libertà, Costituzione, antifascismo — o da contesti chiusi in cui si rafforzano convinzioni già acquisite, il cittadino non è più chiamato a valutare un testo, ma a confermare una posizione.

Il secondo effetto riguarda lo strumento referendario stesso. Il referendum costituzionale, per sua natura, richiede una relazione diretta tra elettore e riforma: si conferma o si respinge un intervento già approvato dal Parlamento. Quando questa relazione si indebolisce, perché il voto viene caricato di significati ulteriori o sottratto al confronto pubblico reale, lo strumento perde la sua funzione originaria e viene percepito come un’estensione del conflitto politico generale.

In questo senso, il rischio non è giuridico. Nessuna vittoria del NO impedisce in futuro di proporre nuovi referendum. Il rischio è diverso: è quello di trasformare progressivamente la democrazia diretta in un terreno residuale, poco incisivo, perché utilizzato al di fuori della sua logica.

A questo si aggiunge un’ulteriore distorsione nel racconto pubblico, secondo cui la riforma sarebbe stata costruita senza un reale passaggio parlamentare. Anche qui il problema è di impostazione. In un sistema rappresentativo, il Parlamento è il luogo del confronto e della decisione; la partecipazione delle minoranze è garantita, ma non coincide con la possibilità di determinare l’esito finale. Quando il dissenso viene letto come esclusione, si altera la percezione del funzionamento istituzionale.

Il punto, allora, non è stabilire chi abbia ragione nel merito della riforma. Il punto è comprendere che tipo di rapporto si sta costruendo tra cittadini e strumenti di partecipazione. Una democrazia diretta funziona se chi vota è messo nelle condizioni di comprendere e valutare. Se invece il voto viene orientato attraverso richiami simbolici o confinato in circuiti chiusi, il processo decisionale si impoverisce. Non è una questione di schieramento. È una questione di metodo. E, in ultima analisi, di responsabilità. E allora la domanda resta, inevitabile: stiamo ancora decidendo, o stiamo semplicemente scegliendo da che parte stare?





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