Il nuovo Pd di Schlein e una vecchia domanda: che fine hanno fatto i riformisti?

Opinioni - Da due letture opposte, quelle di Luigi Marattin e Danilo Grossi, emerge la stessa constatazione: il Partito democratico non è più quello delle origini. Tra Campo largo, riformismo e vecchie categorie della sinistra, resta una domanda agli elettori: avete cambiato idea voi o si è spostato il pavimento sotto i vostri piedi?

Il nuovo Pd di Schlein e una vecchia domanda: che fine hanno fatto i riformisti?
di Dario Nicosia - Pubblicato: 25-08-2026 19:13 - Tempo di lettura 4 minuti

Nella giornata di ieri ho letto con interesse due articoli. Il primo, sul quotidiano Il Foglio, che acquisto abitualmente, è firmato dall’on. Luigi Marattin. Il secondo l’ho scoperto quasi per caso, suggeritomi dalla mia compagna dopo aver letto il mio intervento sulla “resistenza” di Elly Schlein alla guida del Pd: è un articolo pubblicato da Liri TV che riprende alcune considerazioni di Danilo Grossi sulla segretaria democratica. Autori e prospettive diverse, dunque. Ma una curiosa convergenza: per entrambi il Pd è cambiato profondamente con Elly Schlein. Per Grossi è una buona notizia e uno dei meriti della segretaria. Per Marattin è proprio da quel cambiamento che nasce il problema. Ed è questa singolare coincidenza che mi ha incuriosito.

Marattin dice, in sostanza, che il Pd è cambiato eccome. Solo che proprio qui cominciano i problemi. Usa una metafora che vale quasi un intero articolo: una persona rimane ferma in una stanza e dopo qualche anno scopre di trovarsi dalla parte opposta. Non si è mossa. Si è spostato il pavimento sotto i suoi piedi. Marattin ricorda infatti che il centrosinistra dell’Ulivo proponeva liberalizzazioni, concorrenza, privatizzazioni, riduzione della spesa pubblica e modernizzazione dello Stato. E che appena dieci anni fa il Pd approvava il Jobs Act, interveniva sull’articolo 18, riduceva Irap e Ires alle imprese, parlava di merito e valutazione nella scuola e affrontava senza troppi complessi il tema delle riforme. Non occorre condividere quelle politiche. Il punto è un altro: erano politiche del centrosinistra.

E allora l’elogio di Grossi suscita una domanda inevitabile. Schlein ha cambiato il Pd. D’accordo. Ma verso dove? Quando nacque nel 2007, il Partito democratico aveva una pretesa certamente ambiziosa: superare alcune delle vecchie categorie politiche del Novecento. Non voleva essere semplicemente la prosecuzione dei Democratici di sinistra con un nome nuovo, né la somma aritmetica tra DS e Margherita. Voleva costruire una forza politica adeguata a una società che stava cambiando.

Per questo mercato e concorrenza non erano più automaticamente parole della destra; impresa e lavoro non dovevano necessariamente essere rappresentati come interessi contrapposti; produttività, efficienza dello Stato, merito e riforma della pubblica amministrazione potevano appartenere al vocabolario del centrosinistra. Si può sostenere che quel progetto abbia fallito. Ma è difficile negare che fosse quello il tentativo. Ed è proprio qui che Marattin pone una questione alla quale sarebbe interessante sentire rispondere gli elettori democratici. Vi riconoscete ancora nel Pd che sosteneva quelle idee? Se la risposta è no, quando avete cambiato idea? E soprattutto perché?

È cambiata la realtà al punto da rendere inutili concorrenza, produttività, merito, efficienza amministrativa e riforme strutturali? Oppure sono cambiate le coordinate politiche attraverso le quali quelle stesse parole vengono giudicate? Nel frattempo, infatti, è comparsa un’altra esigenza: il Campo largo. La premessa è nota: il centrodestra è unito e per sconfiggerlo bisogna unire le opposizioni. Da qui la necessità di mettere insieme Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. Fin qui è aritmetica elettorale. La politica comincia dopo.Perché M5S, AVS e Pd non hanno la stessa storia né la stessa cultura. Su Ucraina, energia, giustizia, impresa, infrastrutture, mercato e ruolo dello Stato le distanze sono state e in parte rimangono profonde.
E allora il problema diventa semplice: chi si adegua a chi? La mia impressione è che troppo spesso sia stato il Pd ad avvicinarsi alle posizioni degli alleati necessari per costruire il Campo largo. Ed è questo, più ancora dello spostamento a sinistra, che considero il vero arretramento.

Un partito nato nel 2007 per andare oltre alcune categorie della vecchia sinistra sembra recuperare proprio alcune impostazioni che aveva cercato di superare. Non sto sostenendo che sia tornato il Pci. Sarebbe una caricatura. Sto dicendo che si è indebolita quella componente riformista che considerava la modernizzazione del sistema economico e dello Stato una condizione necessaria per governare una società nuova. Prendiamo la giustizia. Il centrosinistra non è sempre stato schierato a difesa dell’esistente. Nella sua storia esistono garantismo, proposte di riforma e scontri anche durissimi con settori della magistratura.

Oggi sembra talvolta sufficiente che una riforma venga proposta dal centrodestra perché il problema diventi innanzitutto impedirla. Può essere una pessima riforma. Ma dovrebbe esserlo per ciò che contiene, non per la firma apposta in fondo al provvedimento. Altrimenti siamo tornati alle etichette di Marattin. E quanto accaduto negli ultimi giorni sulla cultura woke aggiunge un particolare quasi ironico. È Giuseppe Conte ad aprire la discussione, mettendone in discussione gli eccessi e occupando immediatamente la scena politica del centrosinistra. Schlein deve rispondere. Ed è qui che tornerei a Grossi.

Se il grande risultato della segretaria è avere dato al Pd un nuovo volto e una nuova identità, come può essere Conte a stabilire improvvisamente il terreno sul quale quella identità deve confrontarsi? Qual è questo nuovo volto se il principale partito dell’opposizione deve continuamente cercare il punto di compatibilità con forze molto più piccole o rincorrere l’iniziativa politica del leader del Movimento 5 Stelle? Non è una questione personale tra Conte e Schlein. È una questione politica: un partito con un’identità forte dovrebbe essere capace di aggregare gli alleati intorno alla propria proposta. Se invece deve modificare progressivamente la propria proposta per non perdere gli alleati, il rapporto si rovescia.

Ed è proprio mentre accade tutto questo che il mondo sta subendo trasformazioni enormi. Intelligenza artificiale, automazione, demografia, energia, nuovi equilibri geopolitici e trasformazione del lavoro stanno già modificando le società occidentali. Qui trovo il paradosso più evidente. Il Pd di ieri cercava, magari sbagliando, di attrezzarsi per il futuro. Quello di oggi, proprio mentre quel futuro è arrivato, sembra arretrare rispetto ad alcune delle premesse sulle quali era nato. Ed è questo che vorrei chiedere agli elettori democratici, senza pretendere di suggerire loro la risposta. Voi vi definite ancora progressisti. Io non ho alcun titolo né interesse a stabilire che cosa debba significare quella parola. Ma una curiosità me la concederete.

Se essere progressisti significava nel 2007 superare alcune categorie della sinistra del Novecento per costruire un partito adeguato alle trasformazioni del nuovo secolo, come può essere considerato progresso recuperare oggi proprio alcune delle posizioni che allora si riteneva necessario superare? Forse avete cambiato idea. È legittimo. Forse ritenete che il Pd del Jobs Act, delle liberalizzazioni, della concorrenza e delle riforme avesse imboccato una strada sbagliata. Anche questa è una risposta perfettamente legittima.

Ma allora bisognerebbe avere il coraggio di dirlo: non abbiamo semplicemente aggiornato il Partito democratico. Abbiamo cambiato idea su ciò che il Partito democratico avrebbe dovuto essere. Ed è per questo che, leggendo Grossi e Marattin nello stesso giorno, ho trovato curioso che partissero da posizioni tanto lontane per arrivare alla medesima constatazione.

Schlein ha cambiato il Pd. Grossi applaude. Marattin osserva che idee considerate ieri di centrosinistra oggi sembrano appartenere alla parte opposta. A me rimane soltanto una domanda da rivolgere a chi quel partito continua a votarlo. Siete davvero voi ad avere cambiato idea? Oppure siete rimasti esattamente dove eravate e, mentre guardavate altrove, si è semplicemente spostato il pavimento sotto i vostri piedi, facendovi ritrovare — senza volerlo e forse senza accorgervene — dall’altra parte della stanza?





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